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martedì, dicembre 18, 2007
 
Porta un amico :)

Rinnovo adozioni a distanza
Bambini Nel Tempo
2007/2008
(per il 5° anno consecutivo!)

 Anche quest'anno 10 euro per ogni quota.
  Anche quest'anno con il
gruppo Insieme.

Si raccolgono le prenotazioni di sottoscrizione, qui.

Grazie a tutti!

scritto da linodigianni | 10:46 | commenti (2) Torna in plancia


martedì, maggio 08, 2007
 

Total Denial racconta una storica azione legale: quindici abitanti di un villaggio situato nella jungla della Birmania, fanno causa a un gigante dell’industria del petrolio responsabile di violazioni dei diritti umani. La battaglia, durata dieci anni, si è conclusa con quella che sembrava una vittoria impossibile. Ed è anche la storia di Ka Hsaw Wa, uno dei leader del movimento per la democrazia in Birmania dal 1988. Ricercato dalla polizia anche in Thailandia, si è nascosto per più di sette anni nella jungla, racco-gliendo le prove di migliaia di abusi: villaggi bruciati, donne violentate, uomini torturati. Un genocidio silenzioso, appoggiato dall’esercito e finanziato dalle compagnie petrolifere Total e Unocal.

This film recounts the story of a mass legal action: 15 inhabitants of a Burmese jungle village brought mass legal action against a major oil company accusing the firm of violating human rights. The 10-year court battle ended in a nearly unimaginable victory for the villagers. It is also the story of Ka Hsaw Wa, one the leaders of the Burmese democracy movement since 1988. Sought by the police also in Thailand, he hid in the jungle for over 7 years, collecting evidence on thousands of crimes. Burned villages, raped women, tortured men. A silent genocide, supported by the army and financed by the oil producers Total and Unocal.


 Milkena Kaneva (Rousse, Bulgaria) ha studiato recitazione presso la So-fia Theater and Film Academy. In Italia dal 1987, inizia a lavorare come giornalista e produttrice, realizzando reportage in Europa Orientale, Africa e Sud America. Nel 2000 realizza il suo primo documentario, The Initiation.


Milkena Kaneva (Rousse, Bulgaria) studied acting at the Sofia Theater and Film Academy. After coming to Italy in 1987, she began working as a journalist and producer, with reportage covering Eastern Europe, Africa and South American. In 2000 she debuted with the documen-tary, The Initiation.Festival e premi/Festivals and AwardsOne World Festival 2006, Prague: Special Prize for Human Rights

scritto da linodigianni | 10:02 | commenti (2) Torna in plancia


lunedì, aprile 30, 2007
 

The good shepherd - L'ombra del potere

Titolo originale:  The good shepherd
Nazione:  U.S.A.
Anno:  2006
Genere:  Drammatico, Thriller
Durata:  167'
Regia:  Robert De Niro
Sito ufficiale:  www.thegoodshepherdmovie.com

 
Cast:  Matt Damon, Robert De Niro, Angelina Jolie, Joe Pesci, Alec Baldwin, Tammy Blanchard, Brendan Bradley, William Hurt
Produzione:  Universal Pictures, Tribeca Productions, Morgan Creek Productions, American Zoetrope
Distribuzione:  Medusa
Data di uscita:  20 Aprile 2007 (cinema)

No, non ci siamo.
sarà anche bella la fotografia, sarà il tentativo di fare un noir con la storia della costruzione della Cia
attraverso le vicende personali, ma la regia non funziona.
Non cambia di passo, non cattura, non spiega la rete potente di potere.
Buona solo l'interpretazione di Mark Damon, che dirà in tutto dieci parole in croce.
Sconsigliato.

scritto da linodigianni | 09:09 | commenti (1) Torna in plancia


mercoledì, aprile 18, 2007
 

la ricerca della felicità..tutto questo clamore per la regia di Muccino negli states

visti i risultati molto modesti, secondo me, di questo film

mi viene in mente che l'attore prestigioso si è preso un artigiano italiano
per farsi fare una regia dignitosa, rispetto agli standard americani.
Mi sembra che le uniche cose degne di nota siano
le code degli indigenti americani nei ricoveri di fortuna delle metropoli, che non capita spesso di vedere.

scritto da linodigianni | 17:15 | commenti Torna in plancia


lunedì, aprile 16, 2007
 
la masseria delle allodole


"La masseria delle allodole" mi sembra un buon film dei fratelli Taviani.
Non all'altezza di Kaos, in quanto a sintesi epica.
Anzi, come regia sembra piu un' opera teatrale giapponese, con momenti di enfasi eccessiva,un po' sopra le righe.
Pero, complessivamente, è fatto bene.
E solleva il problema dell'eccidio degli Armeni, da parte dei turchi, da loro sempre negato.
Ancora oggi, è reato in Turchia parlare di questo eccidio.
Sto leggendo anche il libro, mi sembra meno bello, mancante di bella scrittura, farraginoso, ma forse è solo
l'impressione iniziale.





genocidio armeno su wikipedia




recensione da film-up: La masseria delle allodole dei fratelli Taviani, tratto dall'omonimo romanzo di Antonia Arslan, è il primo film che affronti direttamente e a viso aperto il genocidio. Ararat, di Atom Egoyan, che pure aveva richiami evidenti alla vicenda storica faceva un operazione molto raffinata, parlando dell'instabilità dei concetti di memoria storica e di passato, di vero e falso. Nella masseria abbiamo invece un approccio diretto, in cui vengono mostrate le fasi dell'eccidio ed il suo impatto sulla popolazione armena e turca. Non tutti i turchi sono presentati come perpetratori dello sterminio, ed anzi possiamo vedere diverse sfumature: il fanatico, il collaborazionista entusiasta, l'ufficiale che deve seguire gli ordini ed il dubbioso, incredulo di fronte a tanta violenza. La responsabilità del resto viene attribuita unicamente ai Giovani Turchi. continua





scritto da linodigianni | 08:38 | commenti Torna in plancia


lunedì, gennaio 15, 2007
 

Un giorno, per caso... la storia

ROMA. MEMORIE DAL SOTTOSUOLO RITROVAMENTI ARCHEOLOGICI 1980 - 2006.

Mostra organizzata dalla Soprintendenza Archeologica di Roma presso le Olearie Papali, 2 dicembre 2006- 9 aprile 2007

Sarà che esiste davvero lo spirito della storia, sarà che il tempo evaporando lascia cristalli di sale, pieni di senso e sensazioni ma a volte è possibile incontrare segni esili e lineari sovradeterminati nel loro significato. Sono oggetti definitivamente strappati all'uso cui erano stati destinati e a cui è stato assegnato il compito di rappresentare il tempo in cui furono creati e di farci misurare il tempo trascorso fin'ora. Pensare alle migliaia di anni che li hanno sepolti fino ad oggi provoca un leggero senso di ebbrezza, simile all'estasi del maratoneta o alla gaiezza del sub.

A Roma, vicino alla basilica di S. Maria degli Angeli e dei Martiri ci sono le olearie papali, un antico deposito d'olio, leggermente immerso sotto terra. Ed è la storia che si incarica di rievocare se stessa. Il riutilizzo a fini espositivi di luoghi che hanno già servito la storia è un abbraccio avvolgente che sospende il qui ed ora, e saranno le cose a dare una data al nostro tempo interiore come il tempo esterno diede loro una data di nascita.

Monili d'oro, essenziali e raffinati, diranno della bellezza irradiata da giovani donne, di cui non restano neppure gli alberi che si nutrirono dei loro corpi,  così simile a quella che ancora oggi ammiriamo. Monete consunte vogliono parlare degli istinti che le possedettero, delle sventure e delle gioie che comprarono. E persino lettere d'amore, che una mano pietosa seppellì sotto terra, per sottrarre agli sguardi morbosi dei coevi  e per consegnare a noi così lontani, e per questo così indulgenti, le testimonianze di un amore impossibile che la comune storia, in cui tutti siamo immersi, ci rende d'improvviso così vicini.

A Roma è così, può succedere davvero.

maggiori informazioni: qui.

 

scritto da euriskon | 16:30 | commenti Torna in plancia


sabato, ottobre 21, 2006
 

Immigrati italiani

scritto da linodigianni | 08:15 | commenti Torna in plancia


domenica, settembre 10, 2006
 
Lavagne
Un gruppo di insegnanti attraversa la regione iraniana del Kurdistan trasportando delle lavagne sulla schiena e passando in ogni villaggio alla ricerca di studenti. Uno di loro, Reeboir (Bahman Ghobadi) allontanandosi dal gruppo incontra dei ragazzi che trasportano merce di contrabbando tra Iran e Iraq. Prova a convincerli dell'importanza di leggere e scrivere, ma loro sono troppo preoccupati della loro sopravvivenza e non hanno tempo per altro.
Said (Said Mohamadi), un altro insegnante che gira da solo, appena arrivato in un villaggio non trova nessuno disposto ad usufruire dei suoi servizi. La sua ultima speranza è rappresentata dall'incontro con un gruppo di cento uomini, una donna e un bambino, ma anche loro non vogliono imparare nulla e il loro unico desiderio è arrivare nella loro terra nativa per morire in pace. Uno di questi ritiene di riuscire a trovare pace solo se la figlia vedova Halaleh (Behnaz Jafari) si sposa prima della sua morte; Said offre la sua lavagna in cambio della mano della giovane...
La ventenne Samira Makhmalbaf ("La mela") è la regista di "Lavagne", vincitore a Cannes del Gran Premio della Giura e candidato alla Palma d'oro. Girato interamente nel Kurdistan il film si avvale di un nutrito gruppo di attori, quasi tutti non professionisti, per descrivere la difficile situazione dell'Iran in cui anche i ragazzi non hanno tempo per studiare ma devono preoccuparsi del lavoro per cercare di sopravvivere. Gli anziani rappresentano invece la vecchia generazione che non ha la pazienza di stare ad ascoltare gli altri e che, da veri nazionalisti, vogliono tornare al luogo d'origine.
Non sono mancati i problemi durante i 4 mesi delle riprese, sia per il linguaggio (gli attori parlavano curdo, la regista poco e niente) che per alcune particolari occasioni dettate dagli attori, come per esempio l'interruzione dei lavori per ogni funzione religiosa del venerdì.


FilmUP
Trailer, Scheda, Recensione, Opinioni, Soundtrack, Speciale.
scritto da linodigianni | 08:13 | commenti Torna in plancia


sabato, settembre 09, 2006
 
"Kalachakra - La ruota del tempo", di Werner Herzog Francesco Ruggeri

Herzog insegue il sogno di una orizzontalità ad ostacoli, schiudendo il sogno di una moltitudine-in-atto disposta lungo le griglie prospettiche di un set dilatato, disperso nei mille rivoli d’acqua e di terra che punteggiano il pellegrinaggio.

La_ruota_del_tempo

C’è tutto Herzog in questo piccolo, sublime Kalachakra-La ruota del tempo (presentato in anteprima su Telepiù) appena visto, appena sussurrato, eppure, per certi versi, già presente nella nostra memoria, già attivo in uno stato di febbrile movimento. Non è un film, non è un documentario, viene addirittura presentato/archiviato/delimitato come "reportage", come si trattasse di un servizio giornalistico. Forse lo è, ma non è questo quello che ci interessa. Siamo convinti che mai come oggi il cinema abbia abdicato all’idea dall’essere contestulizzato in una sola forma espressiva/percettiva. Il chè significa che spesso bisogna proprio uscire fuori dal cinema per trovarlo, reinventarsi una posizione, un collocamento, una visione. Dire Herzog oggi, significa porsi il problema non indifferente del cinema invisibile, vale a dire di tutto quel cinema travestito da qualcos’altro che vaga insonne nei territori liminari della non-visibilità. Bisogna uscire fuori di sé, smarrire il tracciato, venire ai ferri corti con l’idea di cinema sedimentata in noi da anni e anni, per poi buttarla nella mischia, gettarla in pasto al gioco intermittente della vita. Esattamente come fa Herzog, che non dà per scontata nemmeno la presenza dell’acqua, dell’aria, della terra. Almeno da Aguirre in poi, per non dire da prima. Si può dar cinema della mutazione (Tsukamoto e Cronemberg lo fanno benissimo), ma si può/deve anche poter immaginare che la mutazione sia già avvenuta (ri-pensiamo proprio all’ultimo Cronemberg), già incarnata in lampi di furente nostalgia della forma perduta. Herzog non si limita a filmare la transizione della/nella materia, ma prova direttamente a farsi egli stesso soggetto mutante, puro occhio del visibile che si fa artefice del movimento, sporcando l’obiettivo, strappandosi letteralmente via gli occhi e annullandosi nel fragore assordante del cambiamento. Kalachakra possiede il continuo ritmo interno di Fitzarraldo, le aritmie musicali di Cuore di vetro, gli impossibili sensucht ascensionali di Grido di pietra. Ma non solo. Riesce ad elevarsi ad uno stadio materico incredibilmente fisico, unendolo ad un cammino in cui si riflette paradossalmente sulle capacità trascendenti del buddismo.

Werner_Herzog

Herzog insegue il sogno di una orizzontalità ad ostacoli, schiudendo il sogno di una moltitudine-in-atto (quella composta da migliaia di monaci e ordinari pellegrini ripersi mentre si incamminano verso il santuario della spiritualità buddista) disposta lungo le griglie prospettiche di un set dilatato, disperso nei mille rivoli d’acqua e di terra che punteggiano il pellegrinaggio, e la sua muscolare ritualità. Ma non si tratta soltanto di riprendere un certo assetto motorio. Ci sono le valli del Nepal, quelle della Mongolia, le polverose steppe della Mongolia, tutti possibili itinerari contemplabili, tutte mappe sensoriali percorribili, come se il cinema venisse improvvisante racchiuso nella possibilità di esplodere come corpo in qualche latitudine imprecisata, affidandolo esclusivamente al rumore del vento, al fruscio della natura, all’odore della vegetazione. C’è un inenarrabile senso di attesa nella mancanza di controllo herzoghiana (è un’opera centrata sull’analisi della cerimonia sacra del Kalachakra del titolo, ma il registe tedesco non può fare a meno di perdersi in giro per il mondo, spazializzando ogni orizzonte in ricerca dell’immagine introvabile), un senso di smarrimento percettico simile a quello nato dalle densità sabbiose di un Depardon. Eppure è proprio il corpo ad assalirci sin dalla prima sequenza, non il corpo, ma appunto un corpo. Di fronte alla ripresa in un impossibile tempo reale del cammino di un popolo mancato (dimostrazione che la politicità che avviene per sottrazione, a volte è molto più forte di quella contraria) unito da un unico obiettivo, è come se Herzog, dalle spire invisibili di postazioni segrete, rimettesse in moto il suo viaggio attraverso le diverse forme di umanità, pronte ad incontrarsi, unirsi, sfaldarsi, per poi ricongiungersi in preda a spinte centripete che culminano proprio nella visibilità piena ed ambigua di un meraviglioso mandala. Si tratta di un arzigogolato dipinto fato di sabbia, lavorato per ore ed ore da monaci intenti a racchiudere nella labirintica messa in scena del proprio zenith spirituale il segreto di un’essenza nascosta. Ma sappiamo bene che il cinema di Herzog non può avere fine propri perchè non ha avuto inizio. Se l’iter a-programmatico delle sue opere corrisponde alla sublime gratuità del cinema che più amiamo (si tratta peraltro del progetto rosselliniano di giocare con l’imprevisto, improvvisando l’esistente), quest’ultimo anche in Kalachakra trova il suo culmine nell’esibizione di un non-luogo (il mandala, le due molteplici direzioni disposte a raggiera illimitata), quale arabesco virtuale che mostra in un solo tempo (quello della percezione visiva) una delle immagini/tempo più trasparenti del cinema di Herzog: il disegno di un corpo prodotto da minuscoli granelli di sabbia. Il visibile corre lungo l’invisibile.

http://www.sentieriselvaggi.it/articolo.asp?idarticolo=4297&idsezione=41&idramo1=41
scritto da linodigianni | 15:09 | commenti Torna in plancia


venerdì, settembre 08, 2006
 
Battaglia nel cielo
Quando si scomodano personaggi tipo Roberto Rossellini ("ho pensato a Rossellini ed al suo modo di lavorare in "Roma città aperta") o tipo Tiziano e Tintoretto ("a livello visivo pensavo alla loro pittura") come afferma Carlo Reygadas, regista messicano di belle speranze, si rischia di alimentare speranze al fiducioso spettatore.

Speranze, purtroppo, che si rivelano false quando ci rendiamo conto che tra le due fellatio con cui l'opera inizia e finisce, in mezzo c'è un nulla di idee e di concetti.

E', pero, un nulla ben confezionato. Perché Reygadas la macchina da presa la muove veramente bene. E' capace di ariose carrellate, di passaggi impercettibili da panoramiche a soggettive, di riprese che testimoniano sempre un'alta attenzione agli angoli di visuale, alla luce, alla intrinseca dinamicità dell'azione. Ed il tutto davanti a personaggi la cui primaria caratteristica sta in una certa atarassia di fronte a quello che accade, a loro intorno a loro. E così ci può capitare di vedere espressioni inerti nel pieno di un orgasmo e movimenti lenti e compassati mentre si spanzano persone.
Anche il sangue sembra uscire lento e controllato, insensibile a qualsivoglia pressione esterna od interna.

La storia si fa fatica a seguirla tanto complessa pur nella sua essenzialità.
Siamo a Città del Messico, metropoli alla quale sembra volersi assegnare dignità bibliche. Una guardia giurata, Marcos (Marcos Hernandez, attore non professionista), grasso e sempre sudato, rapisce un neonato a scopo di estorsione assieme alla moglie, grassa e sempre sudata. Il neonato muore e lui rivela questa circostanza ad Ana, la figlia, che, per inciso, per diletto offre le sue prestazioni in una casa di tolleranza di un ricco uomo d'affari, per il quale Marcos lavora. Nel frattempo Marcos, non si capisce quando e perché, si innamora di Ana…

Immagini forti quelle che Reygadas ci propone soprattutto nella ripresa dei corpi nudi dei protagonisti che a parte le belle fattezze di Ana (Anapola Mushkadiz), sono tutt'altro che avvenenti.
I personaggi mostrati nelle loro nudità più intime, ed anche più ripugnanti, si offrono alla cinepresa nella loro più assoluta naturalezza - bravura degli attori - consegnando una certa dose di realismo ad un film che lascia perplessi per le sue assurdità. Per il resto, si rimane in attesa di qualche sviluppo decisivo fino alle ultime sequenze che, come detto, in una sorta di circolarità degli eventi, riprendono quello che nelle prime scene si era iniziato…

La frase: "Prima vado alla processione e poi mi costituisco".

Daniele Sesti

Scrivi la tua recensione!

FilmUP
Trailer, Scheda, Recensione, Opinioni, Soundtrack, Speciale.
scritto da linodigianni | 17:47 | commenti Torna in plancia


lunedì, settembre 04, 2006
 
Torremolinos 73 - Ma tu lo faresti un film porno?
La piccola borghesia della Spagna franchista degli inizi anni '70 ha qui l'aspirazione della casalinga alla maternità come realizzazione di sé ed unica occupazione, della vacanza tra i palazzi sul mare di Torremolinos, dei modelli di consumo e culturali italiani (l'automobile FIAT, e soprattutto i riferimenti cinematografici: il sodomizzatore Marlon Brando diretto da Bernardo Bertolucci, le scazzottate di Bud Spencer e Terence Hill, lo spaghetti western).

Minacciata dal licenziamento dell'uomo, una normale coppia viene coinvolta nella realizzazione di filmini porno amatoriali moglie-marito da girare da sé e destinati al fiorente mercato nord europeo, dove vanno già forte. Mentre lei diventa quasi una celebrità del circuito, lui sviluppa una fissazione per Ingmar Bergman (le cui opere tra l'altro sotto il regime uscivano tagliate e doppiate in maniera bruta), alimentata dall'opportunità di firmare un vero film. Per cui sul set maneggia un megafono con su scritto il cognome del cineasta svedese, utilizza il bianco e nero, fa interpretare al personaggio maschile il ruolo della morte, in mantello stile "settimo sigillo". Il produttore lo costringerà a cambiare il finale inserendo del sesso, e la sua carriera artistica ripiegherà sul riprendere matrimoni e le proprie ricorrenze domestiche. Pare che la figura di Alfredo Lopez sia esistita davvero, e che "Torremolinos 73" sia stato il suo unico lungometraggio, flop in una madrepatria pruriginosa ma ancora timorata e successo a luci rosse nei paesi scandinavi.

Una produzione anche danese (la Nimbus film, curatrice in precedenza di un paio di titoli del manifesto "dogma" della coppia Von Trier-Vinterberg) che ha racimolato diversi riconoscimenti per lo più in Spagna, tra cui 4 nomination ai Goya.
Attori adeguati, nelle vesti di protagonisti ai quali non ci si affeziona, per rappresentare una realtà di diffusa mediocrità nei toni di una commedia sbiadita come le scadenti pellicole del periodo.

La frase: "..e io che credevo che "ultimo tango a Parigi" fosse un musical..".

Federico Raponi

Scrivi la tua recensione!


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scritto da linodigianni | 20:49 | commenti (3) Torna in plancia


mercoledì, aprile 19, 2006
 
Inside man, film di Spike Lee.
Un film da vedere, ben girato, sorprendente e molto piacevole
scritto da linodigianni | 11:18 | commenti Torna in plancia


domenica, aprile 09, 2006
 
Crash - Contatto fisico
In ogni metropoli del mondo anche solo camminando per strada s'incontrano persone, si creano dei contatti, ma a Los Angeles, i suoi abitanti sono talmente barricati dietro la loro città di vetro e metallo, da non incontrarsi quasi mai, ed è tanto il loro desiderio di imbattersi in qualcuno, di avere un contatto fisico, da volersi scontrare con qualcun altro solo per sentire qualcosa.
Questa è la descrizione di L.A. che fa il Detective Graham Waters, (Don Cheadle), all'inizio di "Crash - Contatto Fisico", il film scritto e diretto da Paul Haggis. In questa cornice si sviluppano e s'incrociano e sovrappongono tante storie di indifferenza, intolleranza e razzismo, interpretate magistralmente da Don Cheadle, candidato agli Oscar per "Hotel Rwanda", Sandra Bullock, Matt Dillon e Brendan Fraser. Ciò che colpisce guardando il film, dal punto di vista tecnico, oltre alla crudezza imposta dagli argomenti trattati è che nonostante le storie raramente s'intreccino tra loro, non si avverte il senso di divisione tipico del film a episodi, anzi la pellicola scorre tranquilla, e benché si salti da una vicenda all'altra di continuo, il cambiamento è impercettibile, non fosse altro perché si nota che i personaggi non sono sempre gli stessi. Apparentemente l'elemento conduttore è il razzismo, l'ignoranza e la rabbia che alcune persone hanno nei confronti di culture diverse, ma poi proseguendo nella visione ci si rende conto che il punto focale è la poca voglia o possibilità di comunicare che portano alla violenza e alla tragedia, indipendentemente da quale sia l'origine dell'interlocutore. Volendo dare un significato al film, Los Angeles diventa lo specchio della società in cui viviamo tutti, dove la paura, la diffidenza e la frustrazione hanno preso il sopravvento, portando a repressione e rabbia, a violenza gratuita e tragedie non volute…e non c'è innocenza che possa salvare. Il bene e il male si confondono nella città degli angeli di Haggis, (già sceneggiatore di "Million Dollar Baby").
Alla fine di questo film appassionante e commovente ci si chiede se esiste un modo per riscattarsi, se si può recuperare la dignità e l'innocenza perduta. Ma la sorte si sa: spesso è dotata di un'ironia che va oltre ogni nostra comprensione!
scritto da linodigianni | 15:03 | commenti Torna in plancia


domenica, febbraio 26, 2006
 
Urgente, l'ottavo aspietta a te..




Cara amica/o , o lettore di passaggio..

ci aiuti a trovare chi versa 10 quote da 10 euro ciascuna
per adottare a distanza l'ottavo bambino?

Abbiamo solo due giorni di tempo.
Lo so, non leggi, non hai tempo, non c'hai soldi..non ti fidi
e poi chi siete voi, boh..

Ou, se ti vuoi informare, c'è tutto un blog che ti spiega..
qui

In poche parole: da 3 anni, due gruppi di persone che
si servono della tecnologia per micro-progetti(utopie concrete)
adottano bambini africani a distanza.
Poi inviamo , attraverso bollettini postali,
le quote ad un gruppo di frati che opera in loco
e finanzia la frequenza scolastica di 7 bambini, per un anno.

Ci pensi, ci aiuti? Puo' essere?
'Na specie di albero che cammina, no?

scritto da linodigianni | 11:30 | commenti Torna in plancia


venerdì, dicembre 16, 2005
 
 

 tiene fra i capelli i libri, una casa, i colori, lo strumento - ticche tacche -
per provare il cuore ( di sè/ degli altri) e la frutta - i succhi -...
dei vestiti per il freddo,tutto arancio - come il sole -
la chiave per camminare con il mondo in mano

10 euro per una quota
una merenda, una coccinella sulla foglia
un succo sperato

tu ci pensi, poi lo fai
loro, i bambini,
ti mettono nei sogni - e gratis

 http://bambinineltempo.splinder.com/

 

"Per partecipare attivamente bisogna innanzitutto sapere che il costo annuale di ogni adozione a distanza è di circa 180 euro per ogni singolo bambino, cifra che verrà poi suddivisa in base al totale delle quote raggiunte.
Abbiamo fissato un ammontare di 10 euro per quota: più quote raggiungiamo, maggiore sarà il numero di bambini che aiuteremo a studiare.

A quel punto si potrà andare all'ufficio postale per compilare un bollettino postale con i dati e le modalità precise che indicheremo a tempo debito.

Per dare la tua adesione preventiva basta clikkare
QUI nel post capostipite del rinnovo e raccolta adesioni per il 2006, lasciando un commento e indicando il numero di quote che intendi impegnare, oppure scrivere la tua adesione e il numero di quote all'indirizzo segnalato sul blog".



domenica, ottobre 02, 2005
 
Segnalazione: Questa settimana esce con L'espresso il dvd: Le invasioni barbariche
Chi l'avesse perso al cinema, puo' vederlo in dvd. E' un film splendido,( Alp)

la recensione che segue è presa da film-up


Le invasioni barbariche

Così come le invasioni barbariche segnarono inevitabilmente il declino dell'impero romano, allo stesso modo i "barbari" di oggi travestiti da uomini d'affari in doppio petto, consacrati ai soldi e alla tecnologia - che conducono una vita frenetica e omologata - stanno minando quella civiltà occidentale che, secondo il regista, è cominciata con Dante e Montaigne.
Seguito ideale de "Il declino dell'impero americano", film di denuncia del 1986 contro un "regime" (quello americano appunto) che si è imposto come dominatore assoluto del mondo intero, questa opera di Arcand racconta di Remy, un professore colto e impegnato, e dei suoi ultimi tragici giorni. Egli ha vissuto un'esistenza sregolata, da libertino, ha amato tutti i piaceri della vita, dell'arte e della cultura, ha inseguito ideali che spesso lo hanno deluso ma che non ha mai abbandonato. Sulla soglia della cinquantina scopre di avere una malattia terminale, ma si scopre anche solo, abbandonato da amici e figli. La ex-moglie Louise, che nonostante i tradimenti gli è sempre rimasta vicino, convince il figlio Sébastien, con un carattere ed una vita diametralmente opposti a quelli di Remy a tornare a Montreal per sostenere suo padre. Il ragazzo, affermato agente finanziario, scuote tutto il sistema ospedaliero per agevolare gli ultimi giorni di Remy, e riesce persino a riunire intorno al letto del padre un'allegra brigata di amici del professore, composta da funzionari, docenti, alunni, tossicomani e studenti, nonché di ex amanti.
Sferzante, cinico, diretto, il film mostra uno spaccato di vita comune a molte persone. Nonostante il tema portante sia quello di una grave malattia, non scade mai nella banalità. Racconta la vita così come è, ricca di dolori e allegrie, di passioni e rinunce. Tocca le corde della commozione ma non si dimentica che anche nei momenti più cupi basta una frase detta in un certo modo per farci sorridere. Tratta argomenti "scottanti" come quello della droga da usare per fini terapeutici, quello dell'eutanasia, quello della corruzione e della mala sanità. Temi che sembrano prettamente italiani, ma che a ben vedere sono sopranazionali. Malgrado la tristezza che sempre accompagna la fine di una esistenza, il film è un canto di lode alla vita stessa, e soprattutto un inno alla giovinezza: è un cantico nei confronti di un periodo ricco di speranze, sogni, illusioni. Non è facile congedarsi da chi si è amato, non è facile accettare di andarsene e non poter più tornare, non è facile pensare che tutto continuerà anche senza di noi, eppure nonostante il rimpianto per non avere cercato mai il senso profondo delle cose, il professore si congeda da tutti consapevole dei propri errori ma non rinnegando la propria natura.
La sceneggiatura, giustamente premiata al Festival di Cannes si avvale di dialoghi sapientemente costruiti, colti, ricchi di citazioni e richiami letterari (che spaziano da Platone, Seneca e Dante fino a opere contemporanee come "Se questo è un uomo" e "Arcipelago Gulag"). Non mancano neppure i rimandi cinematografici, primo fra tutti, quello all'opera di Augusto Genina "Cielo sulla palude", in cui un'eterea Ines Orsini interpreta Santa Maria Goretti.
Per chi ha voglia di sorridere senza dimenticare di riflettere.

Teresa Lavanga


giovedì, agosto 04, 2005
 
INTERVISTA
La misteriosa clausura delle donne

Si apre oggi il 58° festival ticinese.
Incontro con Alina Marazzi in concorso nei «Cineasti del presente»
con il suo nuovo film, «Per sempre».
Protagoniste monache e novizie, una ricerca personale su vocazione e fede dentro ...




sabato, giugno 25, 2005
 

La classifica AFI delle battute più amate nella storia del cinema:

"Francamente, mia cara, me ne infischio..."

L'iniziativa ora anche in Italia per le battute più indimenticabili dei film di casa nostra. E la vostra qual è? 

"Francamente, mia cara, me ne infischio" è la miglior battuta nella storia del cinema. Nella bella iniziativa ideata dall'Afi, l'American Film Institute, su quale fosse la battuta cinematografica preferita, la celebre frase pronunciata da Clark Gable-Rhett Buttler in Via col vento alla disperata Rossella O'Hara ha conquistato il primo posto della top 100. L'altra battuta-cult, "Domani è un altro giorno", detta da Vivien Leigh-Rossella O'Hara nello stesso film, si è invece piazzata soltanto in 31° posizione.
"Queste frasi diventano linguaggio comune, e noi entriamo in empatia con esse", ha affermato il direttore dell'ente, Jean Picker Firstenberg. I primi posti della classifica sono dominati dai classici del cinema che "hanno avuto più tempo per farsi strada nella cultura popolare", come ha sottolineato ancora Firstenberg. Appena al 100° posto, l'ultimo, si trova infatti "Sono il re del mondo", la frase pronunciata da Leonardo Di Caprio in 'Titanic', film del '97 pur fra i più visti nella storia del cinema. Il Padrino del '72 è invece secondo con "Gli farò un'offerta che non può rifiutare", seguito da "Non capisci! Avrei potuto avere classe, sarei potuto essere un contendente. Sarei potuto essere qualsiasi altra cosa al posto del buono a nulla che invece sono", tratto da Fronte del Porto di Elia Kazan, 1954. Altre frasi memorabili ben piazzate sono "E.T. ...telefono ...casa..." (1982), al 15° posto, e "Il mio nome è Bond. James Bond" presente in tutti i film 007, al 22° posto. Al 65° una chicca di origine più letteraria, tratto dal lungometraggio del 1929 "Le avventure di Sherlock Holmes": "Elementare, Watson. Il colpevole è...".
Una graduatoria intrigante e anche divertente, per chiunque ami il cinema e i giochi col linguaggio, e in cui troviamo anche altri modi di dire entrati di forza nella storia del costume contemporaneo. Piazzata al quinto posto la battuta di un leggendario Humphrey Bogart, che dice a Ingrid Bergman, "...buona fortuna, bambina". Per non parlare della celeberrima "Suonala ancora, Sam" (28° posto) sempre tratta da Casablanca (1942).
Tornando alle prime dieci, al 6° posto una frase così riuscita e così lapidaria da essere stata scelta come titolo italiano del film in questione: "Coraggio, fatti ammazzare", pronunciata da un Clint Eastwood versione giustiziere. La più paranoica ma a quanto pare tanto ricordata è "Stai parlando con me?" di Robert De Niro in Taxi Driver (1976), al 10° posto. Dodicesima, infine, la mitica e terribile "Mi piace l'odore del napalm la mattina" di Robert Duvall, nel favoloso Apocalypse Now (1979).
Anche l'Italia, con un'iniziativa tutta casalinga e altrettanto divertente di Kataweb, Radio Capital e Repubblica, ha da qualche giorno lanciato un'idea analoga che, pur con la consapevolezza di averne lasciato fuori molte, ha selezionato le 20 battute più memorabili dei film di casa nostra. Lo trovo un bell'amarcord. Le trovate tutte cliccando qui 
ma tra quelle che, personalmente, trovo già divertenti da isolare segnalo:

  • “Lavoratori! Lavoratori della malta! Prrrr…” (Storica pernacchia con gesto dell'ombrello di Alberto Sordi, rivolto a un gruppo di operai in "I vitelloni")
  • “Sono un uomo di mondo, ho fatto tre anni di militare a Cuneo.” (Toto' in "Toto' a colori")
  • "Maccarone... m'hai provocato e io te distruggo!". (Alberto Sordi in "Un Americano a Roma")

Scatenatissimo anche il forum quotidianamente in crescita in cui segnalare la propria preferenza,  dove i divertiti e numerosissimi lettori stanno già dicendo la loro indicando tante nuove battute indimenticabili. Due delle mie preferite:

  • "Noodles, cosa hai fatto in tutti questi anni?"
    "Sono andato a letto presto." (C'era una volta in America)
  • "...Punto! anzi no.... Due punti! Ma si, meglio abbondare!" (Totò, Peppino e la Malafemmena)

E la vostra, popolo dei Battelli, qual è?



martedì, maggio 24, 2005
 

Se vi capita, che tanto non lo distribuiscono( se lo fanno da soli,dove possono)
cercate e vedete questo film, e passate parola.

Entrate dentro una storia tra Lisbona e La Valtellina, tra un uomo-padre
e una figlia quattordicenne, tra la madre abbandonante e l'amante richiedente,
ma, soprattutto, suoni, immagini, parole
vi regaleranno una poesia cantata, suonata e accarezzata lunga un'ora e mezza.

Atti di resistenza poetica,

Tu devi essere il Lupo


Trama:
Vale non ha più una madre. Quattordici anni, desideri, dubbi, domande; la sua vita ruota intorno a Carlo, il padre, giovane tassista con la passione per la fotografia. Hanno un rapporto forte, gioioso ma così esclusivo da non permetterne altri. Ora il loro equilibrio vacilla, Carlo è costretto a fare delle scelte e per Vale l’istinto di ribellarsi si scontra giorno dopo giorno con la paura di rimanere sola. A Lisbona una donna sembra inaspettatamente pronta ad aprirsi ad una convivenza, all’ipotesi di un figlio, ma quando questa possibilità si fa concreta lei scompare. Un giorno Carlo riceve una busta dal Portogallo…

 

Senza denaro e con il mercato congestionato da una concorrenza straniera aggressiva e da un'industria italiana in crisi, il film ha rischiato di non uscire nelle sale. Ha rischiato, ma non è accaduto.

"Per noi questo progetto - raccontano gli autori del film - rappresenta troppo in termini di amore e impegno perché possiamo accontentarci di tenerlo in un cassetto e lamentarci della situazione generale. Così abbiamo deciso di fondare l'associazione culturale MYSELF".

Grazie a coloro che hanno creduto nel progetto, la Myself ha raggiunto la cifra di 50.000 Euro - il minimo indispensabile per le spese di lancio - e si è associata alla PABLO distribuzione di Gianluca Arcopinto.

Queste risorse economiche non permettono di contare su una promozione pubblicitaria ufficiale, per questo la nostra promozione intende agire nelle realtà locali, creando eventi, usando tutti i canali possibili per far sapere che questo film c'è.

Vi invitiamo a sostenere questa promozione, a credere in questa avventura, all'ideale della Myself, una forma di resistenza civile e culturale.

Su www.tudeviessereillupo.it troverete altre curiosità e l'elenco delle città in cui uscirà il film.
sito ufficiale

 



lunedì, maggio 16, 2005
 
Quando sei nato non puoi più nasconderti
In concorso al prossimo festival del Cinema di Cannes, "Quando sei nato non puoi più nasconderti" è il primo film di Marco Tullio Giordana dopo il successo ottenuto con "La meglio gioventù".

Film dal respiro più corto rispetto al precedente del regista milanese, tratta del problema dell'immigrazione clandestina in Italia. Lo fa tramite gli occhi di Sandro (Matteo Gadola), un ragazzo di tredici anni di Brescia che durante un viaggio con il padre (Alessio Boni) e un amico del padre (Rodolfo Corsato) cade inavvertitamente in mare senza che il padre se ne accorga. Dopo aver rischiato di morire, viene ripescato da alcuni extracomunitari che si trovavano su una carretta del mare per raggiungere le coste italiane. Sulla nave, Sandro, conoscerà le terribili condizioni dei clandestini e stringerà un'amicizia con due di loro. Si tratta di Radu e Alina che - una volta giunto in Italia dove l'aspettano i ricchi genitori - tenterà di portare con sè a Brescia, ma si scontrerà con la ferrea logica della legge e della burocrazia.

Nonostante in alcuni punti la narrazione di Giordana - corroborato dagli scrittori Sandro Petraglia e Stefano Rulli - possa sembrare un po' fuori dalle righe - come nel caso dei due "traghettatori" - il film - come tradizione dello stile del direttore - rimane caparbiamente avvinghiato alla realtà e al senso del vero. Ne sono testimoni le scene nei centri di accoglienza o la veridicità delle reazioni dei personaggi che si verificano all'interno della famiglia di Sandro. Anche il finale, pur in un' atmosfera di straniante irrealtà, creata ad arte da Giordana nelle lunghe riprese della ricerca di Alina da parte di Sandro in una sorta di bolgia dantesca all'interno di un edificio abbandonato della periferia milanese, si ispira - purtroppo aggiungiamo noi - alla tragica verità della cronaca.

Giordana - però - non si limita a ragionare sul problema dei clandestini ma, affidandosi al particolare punto di vista di Sandro, vuole anche metterne in evidenza l'impatto che l'esperienza vissuta ha sul ragazzino alle soglie della pubertà. Ed in questo intento riesce molto bene grazie anche alla bravura del giovane Matteo (scelto dopo molti provini effettuati tra tredicenni bresciani) capace di evidenziare la crescita interiore maturata dopo l'infausta avventura.

Buono il cast dove, oltre a Matteo Gadola, segnaliamo Michela Cescon (la madre) e due attori che già avevano fatto la fortuna del precedente film di Giordana: Andrea Tidona ed Adriana Asti.

"Quando sei nato non puoi più nasconderti", è anche il titolo del romanzo di Maria Pace Ottieri a cui il film si ispira, ed è la traduzione del nome di uno dei migranti incontrati dal piccolo Sandro.

Daniele Sesti


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venerdì, aprile 01, 2005
 

Heimat 3 - Cronaca di un cambiamento epocale
Dei precedenti due lavori di Edgard Reitz si è detto ormai tutto, o quasi. L'epopea della famiglia tedesca che ha accompagnato e vissuto la storia della Germania fa un balzo. L'ultimo episodio ci raccontava di Hermann e Clarissa, perdutisi nel trambusto degli anni '70. Il primo episodio di Heimat 3 (quello del quale si occupa questa recensione), "Il popolo più felice della terra", ci porta direttamente al loro nuovo incontro, in una Berlino che vive la drammatica felicità della caduta del muro. Un incontro che ridesterà vecchie passioni e antichi sentimenti forse sepolti da troppo tempo, e che riporterà Hermann, su impulso di Clarissa, a ristabilirsi sul Reno.
Il valore dell'opera di Heimat, e l'impatto sul pubblico televisivo e cinematografico degli anni settanta e ottanta è indiscutibile. Ma ci permettiamo di sollevare qualche perplessità sulla continuazione di un'opera che, lasciata dov'era, senza forzature di sorta, era destinata a rimanere pietra miliare nella storia del cinema tedesco in particolare, europeo più in generale. Andare a scomodare una terza serie, che tra l'altro condenserà undici anni in sei episodi, pare discutibile.
"Il popolo più felice della terra", ha un'impronta fastidiosamente didascalica, pedante. Il gioco iniziale bianco-e-nero/colore, alla lunga stanca, e si arriva perfino a pensare che l'alternanza sia, a volte, casuale.
L'approccio con la trama non è dei più semplici. Una costante voice-off sottolinea qualsiasi raccordo narrativo, in una sceneggiatura che non riesce a definire con la messa in scena gli snodi del racconto. La voce fuori campo danza poi tra personaggio e personaggio, dando l'impressione di una mancanza di patos e respiro narrativo, entrambi ben presenti invece nelle puntate precedenti.
Gli attori subisco più che altro quest'andamento lentamente moraleggiante, non riuscendo a incidere direttamente sul girato.
E ancora una volta sorge una domanda: ma che bisogno c'era?
Ma il giudizio non può essere, per ovvie ragioni, completo.
Aspettiamoci che i cinque episodi successivi servano a rispondere.

La frase: "La gente di qui pensa che tu non sia mai stato via, ma che tu abbia fatto solamente un giro.."

Avvertenza: chi scrive ha potuto prendere visione solo del primo episodio della terza serie, "Il popolo più felice della terra". La recensione è basata esclusivamente sull'episodio in questione. I successivi usciranno nelle sale con cadenza quindicinale.

Pietro Salvatori

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scritto da lainus | 09:48 | commenti (4) Torna in plancia


martedì, gennaio 25, 2005
 
 Se mi lasci ti cancello

di Michel Gondry

Il titolo originale del film è ETERNAL SUNSHINE OF THE SPOTLESS MIND e potrebbe tradursi: l'eterno splendore di una mente immacolata, tratto da un verso di Alexander Pope e richiamato durante il film. Sorvoliamo sullo stupido e ingiusto titolo della versione italiana.

La memoria porta con sè consapevolezza, a volte anche sofferenza. Le due entità non sono separabili. La perdita della sofferenza implica necessariamente la perdita di consapevolezza e senza coscienza di sè non cè futuro ma solo ripetizione del passato. Questo il primo portato del film che procede nel lavoro di analisi, fino ad approdare alla determinazione che anche la consapevolezza e l'autocoscienza non possono giungere al massimo grado di saggezza. Quella saggezza che potrebbe permettere di non commettere errori. Nelle relazioni interpersonali gli errori sono essenziali. Il vero motore delle relazioni sono le sensazioni che gli esseri umani si scambiano.

Oltre all'affermazione del valore della memoria e dell'errore resta la poesia della lotta per ricordare. Quando lui, pur non amandola più, pur non essendone riamato, pur soffrendo al pensiero di lei immersa in altre vite capisce come sia vitale per se stesso conservare il ricordo di lei, come la vita sia poggiata sull'architrave dei ricordi, di persone, di sensazioni.

I concetti, i pensieri di questo film sono  veicolati da immagini rifinite artigianalmente per massimizzarne il potenziale evocativo, sottolineati da una colonna sonora impastata con le immagini, lievitate nel colore blu scuro del mare d'inverno e congelate nel ricordo dal ghiaccio del tempo che è trascorso.

scritto da euriskon | 10:32 | commenti (2) Torna in plancia


sabato, gennaio 22, 2005
 

Private
Abbiamo finalmente un giovane che osa rischiare e mirare in alto realizzando un prodotto nuovo nel panorama della cinematografia italiana (provincialmente sempre incentrata su piccole vicende nostrane e incapace di guardare oltre il proprio naso). Saverio Costanzo narra il versante quotidiano e privato della questione medio-orientale mostrandoci una famiglia palestinese e dei militari israeliani in stretto contatto (dopo un ennesimo scontro a fuoco, l’esercito israeliano occupa il secondo piano di un’abitazione di una famiglia palestinese). Senza retorica, senza ricatti emozionali, senza lancio di messaggi urlati Costanzo registra, il più oggettivamente possibile, quanto accade e analizza le diverse reazioni a una situazione paradossale: chi vorrebbe andare via, chi si lascia sedurre dal sentimento di vendetta, chi cerca di capire le ragioni paterne (il rifiuto di abbandonare la casa). Vi è la ricerca implicita di un modo per non odiarsi, il tentativo di trovare in se stessi la capacità di individuare l’umanità del nemico senza compilare le squadre dei buoni e dei cattivi, la consapevolezza che combattere la violenza con la violenza non porta altro che ad ulteriore violenza.. Il tutto con uno stile documentaristico da cinema veritè che ricorda i film Dogma, l’uso della macchina a mano e la fotografia molto sgranata delle riprese notturne, sequenze che sembrano trovate e non costruite (stile che a molti non piace ma che qui non appare una vuota esercitazione intellettualoide). Ottimi tutti gli interpreti (da sottolineare che era da tempo che attori israeliani e palestinesi non dividevano uno stesso set!). Un film da vedere, su cui riflettere e discutere, un film che onora il cinema italiano.

Voto (da 1 a 5) 5

Segnalato da: Leo Pellegrini

http://www.nessuno.tv/site/it/nessuno/nessuno_presenta/nessuno_consiglia/film_1.asp

 



lunedì, gennaio 17, 2005
 
 La sposa turca

di Fatih Akin

Film premiato alla Berlinale 2004 con l'Orso d'oro. Sibel è una ragazza tedesca ventunenne, normalissima. Un viso simpatico, un corpo pieno di energia, tanta voglia di vivere e una vita che prima ancora di iniziare ha già cercato di buttare via. Una ragazza talmente normale che forse non potrebbe neppure essere presa in considerazione per narrare un storia. Ma Sibel ha una caratteristica che la rende particolare: la sua famiglia è di origine turca. Cahit, anche lui di origine turca ma completamente occidentalizzato, ha più di quarant'anni e la sua vita è già finita, per questo cerca di annullare l'agonia mettendole fine. Nell'ospedale che li prende in cura dopo i loro tentati suicidi lei gli chiede di sposarla "per finta" per darle la libertà che la famiglia le nega. Lui accetta, per pena. Il contatto di lei, vitale e giovane, è di per sè rivoluzionario per lui. Sufficiente per sconvolgergli la vita, per indurlo ad amarla. Ridargli una vita. Fin qui potrebbe essere un film sull'amore in occidente, capace di superare barriere e archetipi. Ma loro, che pure amano e vivono in occidente appartengono all'oriente. Il peso di una cultura e una religione (islamica) perbenista, gretta e maschilista si abbatte su di loro, su di lei in particolar modo, in quanto donna. Eventi accidentali (il carcere per lui) inducono lei a tornare in Turchia e qui lei resta definitivamente schiacciata dal peso soffocante di quella cultura che respinge e distrugge qualunque anelito di libertà. Lei subisce sul suo corpo la reazione rabbiosa della società al tentativo di ribellione, viene insultata, stuprata, ferita. Salvatasi, per casualità, si costruisce una famiglia "normale". Cahit torna in Turchia per rivederla, lei lo ama ancora, decide di fuggire con lui ma il richiamo degli impegni familiari vince. E' una denuncia forte, chiara, drammatica della violenza della religione, della specifica violenza della religione islamica, più virulenta della più domata cattolica. E' un denuncia della violenza della società (turca nella fattispecie) sugli individui e sulle donne in particolare. E', infine, l'ammissione coraggiosa che dove non arrivano le costrizioni della religione possono arrivare i vincoli autoimposti dal controllo esercitato dall'istituzione familiare (sia di provenienza che di arrivo). Non servono (perchè sbagliati, strumentali e rozzi) i proclami di superiorità della cultura occidentale su quella orientale (islamica). Questo non deve spingere, però, in alcun modo a porre le più retrive pratiche islamiche (o come le si vorrà chiamare) sullo stesso piano delle laicizzate pratiche cristiane, vinte e svuotate dalle vittorie dell'illuminismo e del materialismo dialettico. L'alto valore politico dell'opera non  ne riduce la qualità filmica, intensa, agile, profondamente vissuta sui corpi degli attori, a sottolineare la vittoria della materia viva sullo spiritualismo morto della religione. L'uso intelligente dell'ellissi, nelle immagini, nei dialoghi dona eleganza e ritmo. Il titolo  originale: "gegen die wand" (contro il muro), rende bene l'idea base di questa storia, molto più del vago titolo italiano.

scritto da euriskon | 15:52 | commenti (2) Torna in plancia


mercoledì, gennaio 12, 2005
 
 

Confidenze troppo intime

di Patrice Leconte

La parola può aprire varchi profondi, modificare relazioni, creare bisogni. La casualità presiede a tutte le iniziative umane, spetta al soggetto trovare il coraggio di trarre le giuste conclusioni e di  metterle in atto. Questo tema, seppure profondamente vero, non trova una realizzazione filmica di spessore. La vicenda narrata fluisce leggera (troppo), forse inopportunamente diminuendo la capacità comunicativa della parola accompagnata all'immagine (il cinema). Dal film è espunta l'emozione che è la radice che ancora il concetto espresso dal film alla mente dello spettatore. Prima di calare un dolce velo d'oblio su questo film è il caso di riportane alcuni meriti: la sorprendente rinascita di sandrine bonnaire durante lo svolgimento del film, capace di apparire appassita moglie sconfitta, avvincente donna alla ricerca dell'amore perduto, solare e affascinante compagna di vita che ha ritrovato se stessa. E ancora un plauso al ragista capace di muove la MdP a farle disegnare morbidissimi e originali archi che lasciano sullo schermo immagini sinuose simili a onde di seta, di colore del whisky. 

scritto da euriskon | 15:56 | commenti (2) Torna in plancia


martedì, gennaio 11, 2005
 
 

Un bacio appassionato

di ken Loach

Il film affronta la problematica dell'integrazione tra diverse etnie in Gran Bretagna. E' la storia di un ragazzo pakistano e un ragazza irlandese. Si amano ma lui e' promesso in sposo ad una cugina che lui neppure conosce. Alla fine l'amore trionfa sulle chiusure religiose e di gruppo, siano esse mussulmane che cattoliche, orientali che occidentali. Sebbene l'intento progressista, laico e democratico del regista sia piu' che encomiabile, il risultato e' modesto: la storia non e' originale (gia' vista in altri film, jalla jalla, east is east, etc...), il ritmo e' solo appena accettabile. Il film e' appesantito da cadute didascaliche e luoghi comuni. Il cinema non e' la sede dei comizi e delle tirate moralistiche. Un cinema che vuole dimostrare, quando basterebbe mostrare per lasciar capire allo spettatore. Spiace che il regista di Terra e libertà continui la deriva didascalica-pedagocica già iniziata con Bread and roses e non frenata con Sweet sixteen. Forse gli gioverebbe una rilettura di Rossellini.

scritto da euriskon | 17:22 | commenti (1) Torna in plancia


lunedì, gennaio 10, 2005
 
 

Polar express

di Robert Zemeckis

Dallo stesso autore di "Chi ha incastrato Roger Rabbit?" una favola di Natale, abbastanza classica nei contenuti, innovativa nella tecnica di costruzione dell'animazione, basata sul motion capture che trasforma in cartoni animati le immagini degli umani reali. Tom Hanks presta la sua faccia per uno dei protagonisti. Gli effetti grafici sono sorprendenti anche se a volte la velocita' di movimento risulta irreale. L'ambientazione e' delicatamente noir, senza eccessi. La rappresentazione di Babbo Natale e' un po' troppo "U.S.A.", con Babbo Natale tipo presidente della States (in giubba rossa ordinata come quella di un generale di armanta e acclamato e impostato come una star) e i folletti massa informe. Le renne sono addirittura frustate da Babbo Natale e questo, forse, e' un po' troppo. Interessanti i richiami all'architettura mitteleuropea asburgica e alla musica USA anni quaranta, fuse insiema nella citta' di Babbo Natale. A tratti avvincente e sorprendente, a volte scontato, complessivamente gradevole.

scritto da euriskon | 16:20 | commenti Torna in plancia


venerdì, gennaio 07, 2005
 

Gli occhi di Sanabel 

Ieri sera su Rai 3 hanno trasmesso il film-documentario Promises.
L'ho trovato di una bellezza struggente.
B.Z. Goldberg, Justine Shapiro e Carlos Bolado  hanno, a mio avviso, dipinto un affresco che, nonostante abbia come fulcro principale i bambini (palestinesi ed israeliani), non scade mai nella facile retorica.
Ne viene fuori un ritratto carico di tutti quei sentimenti che pervadono quei posti, nessuno escluso.
Una descrizione reale che non si abbandona a false illusioni ma che al tempo stesso traccia una linea, una strada da percorrere.

 
"I bambini sono innocenti. Può essere un modo per iniziare la pace, iniziare a fare amicizia tra bambini. Nessun bambino palestinese ha mai spiegato la sua realtà ad un bambino ebreo. Sono i bambini che si possono avvicinare e permettere di fare qualche passo. Per cui voglio conoscere la tua opinione e sapere cosa ne pensi, anche se so che non abbiamo gli stessi punti di vista. Se ci fosse più comunicazione, forse capiremmo di più". (Sanabel)

Promises
regia: B. Z. Goldberg, Justine Shapiro, Carlos Bolado - sceneggiatura: Stephen Most - fotografia: Yoram Milo, Ilan Buchinder - USA/Palestina/Israele 2001, 100'
Come vivono i bambini palestinesi e quelli ebraici in una Gerusalemme carica di tensioni e divisa tra due comunità? Com'è il loro rapporto con "gli altri" e cosa li accomuna? Promises ritrae il quotidiano di sette bambini e documenta il modo in cui il conflitto influenza la loro vita. Osservatori partecipi, i registi scoprono le vie di trasmissione di vecchi rancori, ma sono anche testimoni di inaspettate aperture, a volte persino di illuminazioni sbalorditive, con cui i ragazzi analizzano la propria condizione.

Per altri riferimenti a Promises puoi andare qui oppure qui.

scritto da Sahishin | 22:25 | commenti (5) Torna in plancia
 
 

"Un bacio appasionato" film di Ken Loach.

Quando c'è un film di ken Loach, cerco di andare a vederlo.
Perchè so che è un regista "onesto".

Dice delle cose che condivido, cerca di farlo al meglio.

Questo film parla :
di un uomo e una donna e della loro relazione.

Di un uomo giovane ,Casim, pakistano emigrato a Glasgow, della seconda emigrazione,
che vive con la famiglia, e fa il Dj in un locale.

Di una donna giovane, Roisin, un'irlandese bionda, che insegna in un liceo cattolico.

Quello che appare, non è ciò che sembra, il punto di vista dell'uno contro il punto di vista dell'altro.

Le donne occidentali che non sanno più "amare"
gli uomini musulmani che previlegiano la famiglia d'origine

Gli uomini e le donne musulmane trasformati dalla modernità
Gli uomini e le donne occidentali trasformati dalla tradizione

Orgoglio e pregiudizio, lì siamo.

Vallo a vedere, è leggero, ben fatto, profondo, e quando esci dal cine
le immagini ti fanno risuonare la cassa armonica dei sentimenti..
e magari arrabbiarti..che vuoi di piu?

recensioni

ps. e anche per questa volta, niente Melinda & Melinda..:-)


 

 
 
 
Alla fine poi ci sono andata, a vedere Ferro3, boicottando Woody Allen, ché tanto lo trovo in dvd tra un mese e me lo vedo con calma a casa mia.
Si, perchè a me andare al cinema piace, però, accidenti, le condizioni dielle sale cinematografiche di Palermo sono pressoché impossibili da tollerare, specialmente quelle che proiettano i film che piacciono a me, senza effetti speciali o americanate o stupidate all'italiana. Quelle sì, le danno nelle sale migliori, grandi, accoglienti, ristrutturate e ben studiate dal punto di vista dell'acustica.
Poi invece ci sono un paio di sale (da prima visione, si badi bene, e con congruo pagamento di biglietto d'ingresso) chiamate "autobus" dagli habitué (che sono quelli che cci piacciono "i film che piacciono ammé "). Delle stanzette grandi circa quanto il mio salotto - con 12 file da 8 poltrone ciascuna- con uno schermo di tre metri per 8... non scherzo!!!
Per non parlare della difficoltà dei miei concittadini a stare zitti al cinema ... ah, la chiamano spontaneità mediterranea - per me è maleducazione! Nelle sale cinematografiche, e in particolare queste piccole, dove ci si sente "come a casa", succede di tutto: commenti a voce alta, telefonini che squillano e signore attempate con voci baritonali che non solo non silenziano il cellulare, ma RISPONDONO e INTAVOLANO CONVERSAZIONI TELEFONICHE durante la proiezione!!!!
Insomma, nonostante tutto, sfidando le condizioni avverse, mi sono decisa a vedere questo film in una di queste salette "degli sfortunati", mentre nella sala accanto, quella ristrutturata, grande e col dolby funzionante, davano melinda & melinda.
Vi dirò, non me ne sono pentita affatto! Un film meraviglioso, affascinante, poche parole ma con un'intensità straordinaria. Sono rimasta un po' perplessa sul finale forse leggermente "stiracchiato", che però in fondo non stride più di tanto, nel contesto quasi fantasmagorico in cui è collocato.
Un bel film sulla libertà di pensiero, di azione e di idee, sulla coerenza con sè stessi e con gli altri, nella vita come nell'amore.... lo consiglio vivamente anche a chi ha figli, perchè, stranamente, non c'è neanche una scena di sesso, a parte un lieve accenno di onanismo sotto le coperte... forse i ragazzini si potrebbero annoiare un po', ma secondo me anche loro potrebbero rimanere coinvolti dalla magia del contesto... chi lo sa!
Certo, ci sono anche degli episodi violenti, ma i bambini alla violenza ci sono abituati più di noi, per quello che vedo!
Insomma, il film è da vedere, nonostante le accuse di tentativo di accaparramento della simpatia dell'utente occidentale... se questo tentativo esiste, è un tentativo ben riuscito!
scritto da LaSirenetta | 09:23 | commenti (1) Torna in plancia