mercoledì, febbraio 10, 2010
IL RICCIO - FILM
E' stato davvero una piacevole sorpresa.
Il libro, a suo tempo, non mi era dispiaciuto ma nulla di più.
Il film si allontana abbastanza dal romanzo (tanto che l'autrice si è parecchio irritata).
Le due protagoniste sono la piccola Paloma, decisa a inseguire le stelle e a non finire come un pesce in una boccia, e Renée la portinaia, chiusa come un riccio ma terribilmente elegante, impersonata dall'attrice Juliane Balasko in una interpretazione che ho trovato davvero magistrale.
Anche se il tema della morte è parecchio presente, al termine la brava giovane regista cambia registro mostrando come si può essere vivi, ma in realtà morti dentro, come i personaggi ricchi snob del film, e come si può invece morire felici e in maniera elegante.
Ribadisco che è stata una sorpresa, direi uno dei pochi casi in cui il film è meglio del libro da cui è tratto.
lunedì, febbraio 08, 2010
Scomparso nel giugno 1982, all'età di 37 anni e dopo aver realizzato una quarantina di film, Rainer Werner Fassbinder, non ha mai cessato di esorcizzare per il cinema la violenza che sentiva anche dentro di sé. Una violenza sorda di cui la responsabile era, lo è tuttora, una società incapace di crescere senza un rapporto di forza.
Un giorno di pioggia, una donna bianca e di una certa età entra in un caffé frequentato da emigranti magrebini (nel ruolo della signora Kurovski, l'attrice Brigitta Mira si dimostra semplicemente sconvolgente). Uno di questi emigranti la invita a danzare. La donna inizia a parlare della morte del marito e della sua immensa solitudine da quando lui non c'è più. Alì, (El Heidi ben Salem) per ragioni diverse anche lui si sente molto solo. Qualche tempo dopo, si sposano.
"Non è naturale, non può funzionare", mormorano le cattive lingue... Un canto d'amore antirazzista e anticonformista, percorso da verità proverbiali e sadiche.
Tradotto anche con il titolo: "Tutti gli altri si chiamano Alì" (1974) E' sensa dubbio uno dei film tra i più splendidi di Fassbinder. Tenero e crudele, un capolavoro che prende alla gola, teso verso l'illusione tragica dei sentimenti e dell'integrazione. Dipinge la realtà dei rapporti di classe con strati impressionisti e impressionanti e ne descrive tutta la mostruosità , dove è quasi sempre il debole che finisce per rivolgere la violenza contro se stesso.
Voto: 10
domenica, febbraio 07, 2010
L'OTTAVO GIORNO
(LE HUITIEME JOUR)
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Attori: Daniel Auteuil, Didier de Neck, Pascal Duquenne, Laszlo Harmati, Henri Garcin, Dominic Gould, Fabienne Loriaux, Michele Maes, Miou-Miou, Isabelle Sadoyan, Helene Roussel Ruoli ed Interpreti
Produzione: PAN-EUROPEENNE PRODUCTION - HOMEMADE FILM TF1 FILMS PRODUCTION - RTL - TVI - WORKING TITLE - D.A. FILMS
Distribuzione: MIKADO FILM - MONDADORI VIDEO
Paese: Francia 1996
Genere: Metafora
Durata: 118 Min
Formato: Colore PANORAMICA A COLORI
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fonte
TRAMA:
Uomo d'affari che al lavoro e al successo ha sacrificato gli affetti e sé stesso, Harry (D. Auteuil) conosce il mongoloide Georges (P. Duquenne), uomo libero cui nulla può impedire di essere buono e generoso. Harry fa quel che deve fare, Georges quello che vuole. E il secondo, l'emarginato, che aiuta il primo, l'integrato, a cambiare e a liberarsi. Mentre Toto le héros (1991), il precedente e premiatissimo film del belga Dormael, era sostenuto da "Boum", celebre canzone di C. Trenet, qui si propone un cavallo di battaglia di Luis Mariano (1914-70), idolo francese degli anni '50, con un motivo che fu popolare anche in Italia: "Tu sei per me la più bella del mondo". La mamma, s'intende. E la spia dell'ideologia di questo film a programma, del suo immedicabile sentimentalismo. Le invenzioni oniriche o fantastiche sembrano uscite da un film sbagliato di Lelouch. Al Festival di Cannes 1996 il premio del migliore attore fu diviso tra Auteuil e Duquenne. Soltanto il secondo lo merita. Ha ragione Auteuil a dire che è il Marlon Brando degli attori "down".
il MORANDINI
Harry e George. Il bancario e il ragazzo down. Il bel Daniel Auteuil e l'invisibile Pascal Duquenne. Palma d'oro per tutti e due a Cannes '96 con L'ottavo giorno del regista belga Jaco Van Dormael (Toto le héros), film "caso" del festival che si è spaccato in due tra lacrime e fischi. Il gioco della finzione si complica invece che semplificarsi nel corpo reale di Georges, il personaggio. C'è un in più che rischia ogni istante la catastrofe, come in molti film dell'ultima onda (compreso Ponette di Doillon, interpretato da una bambina di 4 anni, anche lei premiata alla Mostra di Venezia). Se la televisione offre sempre di più "storie vere", il cinema rilancia e scalda lo schermo con lo stupore di un reale all'ennesima potenza. Dove finisce il documentario, dove inizia la commedia surreale che Val Dormael infiamma di cromatismi fiamminghi, dissemina di visioni, sulle tonalità del musical? L'effetto è quasi insostenibile. Pascal Duquenne non è il Dustin Hoffman di Rain man né il Tom Hanks di Forrest Gump. E' un mongoloide, quel tipo di persone da cui si distoglie lo sguardo, se le incontri per strada. Anche se Georges s'immagina abitante della Mongolia, a cavallo nella steppa, insieme a quelli come lui. Ma al contrario di Rain Man, L'ottavo giorno non fa del diverso un fenomeno. E' solo un corpo desiderante, un dispositivo di impulsi e sogni "proibiti". Fa tutto ciò che è vietato in nome della normalità.continua
Voto 9 l'ho visto più volte ,raccontato con delicatezza e sensibilità ,un film per tutti
sabato, febbraio 06, 2010
L'odio
| Titolo originale: |
La haine |
| Nazione: |
Francia |
| Anno: |
1995 |
| Genere: |
Drammatico |
| Durata: |
95' |
| Regia: |
Mathieu Kassovitz |
| Sito ufficiale: |
|
|
| Cast: |
Vincent Cassel, Hubert Koundé, Saïd Taghmaoui, Abdel Ahmed Ghili, Solo, Joseph Momo, Héloïse Rauth, Mathieu Kassovitz |
| Produzione: |
Christophe Rossignon |
| Distribuzione: |
Mikado |
| Data di uscita: |
|
Trama:
Durante un interrogatorio, causa della guerriglia urbana della notte precedente, un ispettore ferisce a morte un giovane. Quando si sparge la notizia tra i ragazzi della periferia, si diffonde l'odio e la voglia di vendicarsi.
Trailer, Scheda, DVD, Recensione, Opinioni,L'odio
| Titolo originale: |
La haine |
| Nazione: |
Francia |
| Anno: |
1995 |
| Genere: |
Drammatico |
| Durata: |
95' |
| Regia: |
Mathieu Kassovitz |
| Sito ufficiale: |
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| Cast: |
Vincent Cassel, Hubert Koundé, Saïd Taghmaoui, Abdel Ahmed Ghili, Solo, Joseph Momo, Héloïse Rauth, Mathieu Kassovitz |
| Produzione: |
Christophe Rossignon |
| Distribuzione: |
Mikado |
| Data di uscita: |
|
Trama:
Durante un interrogatorio, causa della guerriglia urbana della notte precedente, un ispettore ferisce a morte un giovane. Quando si sparge la notizia tra i ragazzi della periferia, si diffonde l'odio e la voglia di vendicarsi.

Trailer, Scheda, DVD, Recensione, Opinioni,
bello, bella foto, bella musica- duro,teso voto 8
sabato, febbraio 06, 2010
IL FIORE DEL MALE
(LA FLEUR DU MAL)
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Claude Chabrol
Sceneggiatura: Caroline Eliacheff, Louise L.Lambrichs, Claude Chabrol
Fotografia:Eduardo Serra
Scenografia: Françoise Benoit-Fresco
Costumi: Mic Cheminal
Musica: Matthieu Chabrol
Montaggio: Monique Fardoulis
Prodotto da: Marin Karmitz
(Francia, 2002)
Durata: 104'
Distribuzione cinematografica: Mikado
PERSONAGGI E INTERPRETI
Anne: Nathalie Baye
François: Benoit Magimel
Zia Line: Suzanne Flon
Gérard: Bernard Le Coq
Michèle: Mélanie Doutey
Matthieu: Thomas Chabrol




Primo tra i registi della Nouvelle Vague ad arrendersi alle ragioni del cinema commerciale, Chabrol fu per questa sua scelta, all’epoca, assai criticato. Il tempo ha finito per dargli ampiamente ragione: senza incrudelire sullo stato di salute artistica di certi suoi compagni di cordata d’antan, basterà constatare come il settantaduenne cineasta parigino annoveri nella propria filmografia titoli di prim’ordine e stia ora attraversando una delle stagioni migliori nella sua lunga, prolifica carriera. Fedele alla propria antica passione per Hitchcock (cui dedicò, nel ‘57, una monografia ancor oggi validissima), come il Maestro egli adopera la forma del giallo in guisa di pretesto per l’accurata descrizione di personaggi, ambienti, situazioni: lo interessano, soprattutto, la provincia francese, il tanfo delle famiglie borghesi, il male che alberga nelle menti di taluni individui. “Il fiore del male”, presentato in concorso al Festival di Berlino, compendia tutte le tematiche di cui sopra attraverso le vicende dei sopravvissuti di tre generazioni di Charpin-Vasseur, esponenti di punta della borghesia bordolese. Una attiva rappresentante della generazione di mezzo, Anne, si è candidata a rivestire la carica di sindaco: puntuale e velenoso, un anonimo volantino squaderna dinnanzi agli occhi degli elettori gli scheletri nell’armadio della sua schiatta, da una vecchia accusa di collaborazionismo all’omicidio del nonno fascista, sino ad un poco chiaro incidente stradale. Chi è il responsabile del gesto diffamatorio? Sotto la parvenza di modi impeccabili, stanno acquattati odi e rancori mai sopiti: tanto che, nella lista dei sospetti, finisce perfino il marito della donna, divorato dalla gelosia per il successo della consorte. Alla fine della corsa, il feroce intersecarsi dei risentimenti lascia sul terreno un morto: ma a pagare, forse, non sarà chi dovrebbe...
Giunto al culmine del proprio magistero, Chabrol rarefa la propria cattiveria senza svigorirla: seguendo, passo dopo passo, i personaggi, egli ne svela progressivamente tic e finzioni, ambiguità e narcisismi, con cartesiana ed implacabile lucidità. Il mostruoso generato dal connubio fra perbenismo e logica di clan aggalla, perciò, spontaneamente: ed è sintomatico che le simpatie - o quanto meno la comprensione - dell’autore vadano comunque a coloro che, indipendentemente dalla eventuale efferatezza o non liceità dei propri comportamenti, abbiano deciso di infrangere la spessa coltre di ipocrisia che collega tutti gli altri.
Infischiandosene allegramente di tutte le regole del “whodunit”, Chabrol ci lascia perfino dubbiosi sulla conclusione ultima: quasi che, all’interno di una società chiusa ed edonistica come quella descritta nella pellicola, ciascuno sia un potenziale diffamatore od un possibile assassino. “Il tempo non esiste. Viviamo in un’unico, eterno presente”, dice ad un certo punto l’angosciata zia Line: ed il male, la sua banalità, ha così modo di procedere senza soluzione di continuità, perpetuandosi in un eterno gioco di rimandi e ripetizioni. A chi lo commette, non resta che morire o sopravvivere, senza sapere quale della due soluzioni sia infine più dolorosa.
Voto: 8
sabato, febbraio 06, 2010
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Azzurro
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Azzurro è un film piccolo, piccola è la produzione italo-svizzera che ha creduto nel regista esordiente Denis Rabaglia , piccola è la protagonista, Francesca Pipoli, una bambina cieca che parte dalla Puglia per la Svizzera con il nonno stanco e malato, piccolo è lo spazio che si ritaglierà nel cinema italiano. La presenza di Paolo Villaggio e il successo al botteghino in Svizzera non sono serviti a niente: il film è stato malamente pubblicizzato ed è uscito solo in due sale! Favola dolce-amara sull’infanzia e sulla vecchiaia, Azzurro si rivela un road-movie sui generis in cui il viaggio dei due outsiders, la bambina è cieca e fuori dal mondo e il nonno è vecchio e vive solo dei suoi ricordi, è il pretesto per raccontare l’incontro-scontro tra due generazioni, tra due mondi, tra due vite. In Svizzera riemerge prepotente il passato di emigrante del nonno che in gioventù aveva sgobbato al servizio di una ricca famiglia borghese alla quale ora chiede invano i soldi per l’operazione della nipotina, soldi che invece avrà dal vecchio amico italiano, suo compagno di sventura. La bambina riacquisterà la vista ma anche il nonno vedrà la vita con occhi nuovi. Gli Italiani non saranno mai svizzeri neppure dopo aver lavorato come muli lontano da casa, saranno sempre dei poveri emigrati. Sorprende il successo d’oltralpe perché il ritratto della Svizzera che ne esce non è certo roseo: tutto è pulito, regolare, perfetto, ma asettico, robotico, freddo. Azzurro è il cielo svizzero, azzurro è il mare pugliese ma azzurro è anche il primo colore che vede la bambina e soprattutto azzurro è la canzone di Celentano, unico anello di congiunzione tra gli emigrati italiani. Un film per Bossi e per tutti coloro che ancora oggi pensano di essere tanto diversi dagli Albanesi, dai Curdi, dai Rumeni e dai Polacchi!
Marco Catola
Regia: Denis Rabaglia Con: Antonio Petrocelli, Francesca Pipoli, Jean-Luc Bideau, Marie-Christine Barrault, Paolo Villaggio, Renato Scarpa, Soraya Gomaa, Tom Novembre
Anno: 2000
nota personale: forse non è un capolavoro, ma riesce comunque a commuovere senza provare noia, con l'interpretazione di Paolo Villaggio e bravissima Francesca Pipoli, nel ruolo della nipotina. una pagina di emigrazione italiana, che chissà perché tutti tendono a rimuovere dal ricordo.
Voto: 7 |
venerdì, febbraio 05, 2010
Avatar
| Titolo originale: |
Avatar |
| Nazione: |
U.S.A. |
| Anno: |
2009 |
| Genere: |
Azione, Fantascienza, Thriller |
| Durata: |
166' |
| Regia: |
James Cameron |
| Sito ufficiale: |
www.avatarmovie.com |
| Sito italiano: |
www.avatarilfilm.it |
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| Cast: |
Sam Worthington, Zoe Saldana, Laz Alonso, Sigourney Weaver, Michael Biehn, Wes Studi, Joel Moore, CCH Pounder |
| Produzione: |
Twentieth Century-Fox Film Corporation, Giant Studios Inc., Lightstorm Entertainment |
| Distribuzione: |
20th Century-Fox |
| Data di uscita: |
15 Gennaio 2010 (cinema) |
Trama:
Jake Sully, é un ex marine costretto a vivere su una sedia a rotelle. Nonostante la disabilità fisica, nel cuore Jake è rimasto un combattente. Viene arruolato e, dopo un viaggio di alcuni anni luce, raggiunge l'avamposto degli umani su Pandora, dove un consorzio di aziende è impegnato nell'estrazione di un raro minerale, indispensabile per risolvere la crisi energetica sulla Terra. Poiché l'atmosfera di Pandora è tossica, è stato sviluppato il Programma Avatar, che permette di collegare la coscienza umana a un avatar, cioè un corpo biologico guidato a distanza, in grado di sopravvivere all'atmosfera letale del pianeta. Questi avatar sono ibridi geneticamente modificati in cui il DNA umano è stato mescolato con quello della popolazione indigena di Pandora... i Na'vi. Rinato nel corpo di un avatar, Jake può camminare di nuovo e dare inizio alla missione che gli è stata assegnata: infiltrarsi nel mondo dei Na'vi, che sono diventati un serio ostacolo per le attività estrattive del prezioso minerale. Ma una bellissima donna Na'vi, Neytiri, gli salva la vita e questo cambia tutto. Jake viene accolto nel suo Clan e impara ad essere uno di loro, dopo avere superato molte prove e vicissitudini. Man mano che il rapporto tra Jake e la riluttante insegnante Neytiri si approfondisce, l'uomo impara a rispettare i Na'vi e il mondo in cui vivono e, alla fine, si schiera dalla loro parte. Presto Jake dovrà affrontare la prova finale, guidando i Na'vi in una battaglia epica che deciderà il destino di un mondo intero.
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Trailer, Scheda, Recensione,
pensavo peggio, invece, mica male come favola multimilionaria..voto 8 per tecnologia e contenuti
come film e qualità : voto 5
giovedì, febbraio 04, 2010
Insignito del pre
stigioso Orso d’Oro come miglior film al Festival di Berlino, sbarca sugli schermi italiani l’opera prima della regista bosniaca Jasmila Zbanic, Grbavica – Il segreto di Esma.
Il titolo riassume la doppia valenza del film. La prima descrittiva – Grbavica è infatti il nome di un quartiere di Sarajevo – , una descrizione non superficialmente topografica, ma che parte dal tessuto urbano per andare a scavare in profondità nelle crepe morali ed etiche provocate dal recente conflitto balcanico. La seconda personale: Esma nasconde un segreto orribile, non tanto agli occhi di chi le sta attorno, quanto a quelli impulsivi e innocenti della propria figlia. Un segreto che è frutto della “personalizzazione”di quel sentimento più ampio di cui il titolo originale si fa latore.
La Sarajevo in cui si muovono le due protagoniste, Esma, la mamma, e Sara, la figlia, è una città variopinta, multiforme, in bilico tra quarant’anni di egualitarismo comunista, il rifiorire d’importanza della religione musulmana, le piaghe anche architettoniche create dalle bombe, e il rinascere di un modus vivendi che strizza l’occhio all’occidente dei frizzi e dei lazzi, in barba ad un profondissimo senso di appartenenza alla propria cultura e alla propria terra che è il vero collante della società bosniaca. E’ di tutto questo che parla il film della Zbanic, e di altro ancora.
“Sarajevo mia amata”, cantano i ragazzini appena quattordicenni nel pullmann che parte per la gita, canzone sorprendentemente profonda e impegnativa per un coro e per un contesto simili. Esma lavora in un locale da bulli&pupe dal significativo nome di “Club Amerika”. Il luogo dei primi appuntamenti e dei primi amori di Sara è una casa abbandonata, recintata dal nastro ormai scolorito della polizia. Le panoramiche della città hanno sempre, come primo elemento visibile, la strana imm
agine di una moschea innevata, con il sottofondo cadenzato della preghiera che si eleva dai minareti.
Questa simbologia, questa sottotraccia scenografica che è elemento imprescindibile e costitutivo nella struttura del film, accoglie e sottolinea la storia personale di una donna che porta tangibilmente su di sé le piaghe della guerra, pur a distanza di anni. Lo fa in modo sommesso, silenzioso, ma accoratamente doloroso e malinconico. Un fardello che la renderà “invalida civile” nell’animo per sempre, ma senza medaglie e senza clamori, nell’impossibilità, persino, di essere compatita. La Zbanic sceglie, a differenza, per esempio, del roboante Kusturica, un registro semplice, neorealista, per raccontare ciò che le sta a cuore della propria terra, per palesare, attraverso il dipanarsi di una storia, le tante storie di atrocità e paure che ancora oggi affliggono il cuore e la vita di tanti suoi compatrioti.
confronta la scheda su filmfilm
Pubblicato da: Pietro Salvatori
nota personale: stupenda l'interpretazione di Mirjana Karanovic, una delle interpreti di Das Fräulein e in alcuni film di Kusturica. seppure la trama gira intorno alla figura della figlia, è lei la madre-donna che porta con sé tutti i dubbi e le scissioni del mondo, un sentire che sovrasta le stesse cause che lo hanno messo in moto. il titolo in francese, bello:
Sarajevo mon amour
con: Mirjana Karanovic, Luna Mijovic, Leon Lucev
Voto: 9
mercoledì, febbraio 03, 2010
Volevo solo dormirle addosso
| Titolo originale: |
Volevo solo dormirle addosso |
| Nazione: |
Italia |
| Anno: |
2004 |
| Genere: |
Commedia |
| Durata: |
96' |
| Regia: |
Eugenio Cappuccio |
| Sito ufficiale: |
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| Cast: |
Giorgio Pasotti, Cristiana Capotondi, Eleonora Mazzoni, Carlo Freccero |
| Produzione: |
Claudio Vecchio |
| Distribuzione: |
Mikado |
| Data di uscita: |
Venezia 2004
15 Ottobre 2004 (cinema) |
Trama:
Marco Pressi è un giovane manager che lavora sodo. Fa il formatore nella compagnia italiana di una multinazionale francese. Stimato e benvoluto da tutti, un giorno si sente fare dai vertici della società una di quelle proposte che non si possono rifiutare, se si vuole fare carriera: dovrà tagliare un terzo del personale nel giro di alcune settimane. Se centrerà il target, verrà promosso con sostanziosi aumenti, benefit e bonus conseguenti; se fallirà, la sua carriera sarà finita, e forse non solo quella. Marco accetta, attratto dalla sfida e spinto da un senso di responsabilità, ma come gli dice un dirigente al quale va a chiedere i primi consigli, deve mettere nel conto anche il fatto che inevitabilmente quell'incarico lo trasformerà "da simpatico formatore in killer".
Trailer, Scheda, Recensione, Opinioni, Soundtrack, Speciale.
"Volevo solo dormirle addosso", presentato nella Sezione "Mezzanotte" alla 61ª Mostra del Cinema di Venezia, diretto da Eugenio Cappuccio, è tratto da un romanzo di Massimo Lolli che ne ha curato anche la sceneggiatura. Le opere di Lolli hanno inaugurato - secondo i critici letterari - un nuovo filone definito erotico-aziendale (?). Su questa falsa riga mi sento di dire che il film ha e la sua parte migliore quando affronta le tematiche dei difficili rapporti all'interno dell'azienda quando quest'ultima versa in uno stato di crisi. Linterrelazioni e le dinamiche che vengono rappresentate con uno stile asciutto e misurato da Cappuccio sono quelle giuste e rappresentano con un sufficiente stato di approssimazione la realtà. Apprezzabile anche la ricerca sul linguaggio adoperato in tali situazioni che ci propina perle espressive come "rimentalìzzami" o "disagio emotivo". Anche le turbate psicologie dei dipendenti sottoposti ai colloqui "informativi" sono ben descritte così come discretamente approfondito è il travaglio di Marco, il tagliatore di teste, costretto tra il compito impostogli e gli scrupoli morali causatigli dall'attività che deve portare a termine. Dicotomie interiori che lo conducono a stati di coscienza quasi alterati come testimonia la frase che è solito dire a chiunque gli faccia un favore: "Ti stimo molto". Espressione che alla fine del film diventa un vero e proprio tormentone.
L'opera di Cappuccio mostra il suo lato debole, invece, quando deve raccontarci della sfera sentimentale di Marco. Afflitto, probabilmente, da un Edipo irrisolto - il titolo si riferisce proprio alla sua mania di dormire abbracciato, come fossero orsacchiotti, con le proprie partner - Marco non è capace di condurre con serietà un rapporto sentimentale. Vagamente attratto dall'amore mercenario, lascia Laura (Cristiana Capotondi) per un'avventura con una bellissima donna africana (Faju). Di spunti la storia affettiva di Marco ne avrebbe offerti molti, peccato che la narrazione è spesso avvilita da deprecabili cadute di stile o dall'orrore di ascoltare espressioni, pronunciate con uno spaventevole accento milanese, del tipo "Mi asciughi" che immaginiamo si riferisca alla scarsa creatività e vitalità del protagonista. Un linguaggio da paninari che lascia sconcertati.
Insomma un film riuscito a metà che ha comunque il pregio di portare sugli schermi tematiche che soprattutto negli ultimi anni hanno avuto un forte impatto sociale e delle quali non si parla ancora abbastanza.
Daniele Sesti
Voto 7 segnalato da Lisa (mia figlia)
Concordo.. film riuscito a metà, il film ha e la sua parte migliore quando affronta le tematiche dei difficili rapporti all'interno dell'azienda quando quest'ultima versa in uno stato di crisi.
mercoledì, febbraio 03, 2010
Amore che vieni, amore che vai
| Titolo originale: |
Amore che vieni, amore che vai |
| Nazione: |
Italia |
| Anno: |
2007 |
| Genere: |
Drammatico |
| Durata: |
124' |
| Regia: |
Daniele Costantini |
| Sito ufficiale: |
|
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| Cast: |
Fausto Paravidino, Massimo Popolizio, Donatella Finocchiaro, Filippo Nigro, Tosca d'Aquino, Claudia Zanella, Giorgia Ferrero |
| Produzione: |
Goodtime |
| Distribuzione: |
Istituto Luce |
| Data di uscita: |
Roma 2008
14 Novembre 2008 (cinema) |
Trama:
Lo sfondo e il contesto, sono il porto, i vicoli, le strade ed alcuni locali notturni della Genova del 1963. Tre uomini. Un contrabbandiere di origine francese, Bernard, passato dalla resistenza alla malavita marsigliese. Uomo di mondo, disincantato, vive organizzando soltanto "colpi grossi". Un giovanissimo "pappone per caso", Carlo, sognatore e indolente, tanto indolente da portarsi dietro sua madre, la signora Lina, nel serale giro di controllo delle prostitute, delle "ciccine".
Trailer, Scheda, Recensione
mmm, sembra un fumetto, voto 6 lino
martedì, febbraio 02, 2010
Intendo calare negli Abruzzi e ricondurre qui Rosalba. Due compagni mi seguiranno nell’impresa.
Prodotto della puntualissima Svizzera, l'attore Bruno Ganz, come nessun'altro attore prima di lui, si è imposto all'attenzione dell'Italia con il ruolo di un inedito cameriere nel film Pane e tulipani, esibendo un italiano cinquecentesco (come quello di un libro di Torquato Tasso) e con la stretta e romantica complicità di Licia Maglietta, che nel film interpretava la casalinga disperata che lui accoglieva nella sua casa. Chi non ricorda una delle battute finali della pellicola, quando lui, finalmente dichiaratosi a lei le sussurra: «Non vorrei sembrarle precipitoso, ma se ci dessimo del tu?». È bastato questo a farci perdere la testa per questo attore ormai sui sessant’anni e ancora non molto conosciuto (se non da chi di cinema se ne intende).
Figlio di uno svizzero e di un’italiana, Bruno Ganz ha debuttato a teatro nel 1961, guadagnandosi da subito una buona reputazione come un solido e giovane attore presente nella scena tedesca. L’esordio cinematografico avviene l’anno prima con il deludente film di Karl Suter Der Herr mit der schwarzen Melone, poi per 10 lunghi anni alterna la televisione tedesca al teatro.
A 23 anni, a Brema, conosce Peter Zadeke e Peter Stein, appassionati come lui di teatro, e insieme a loro, nei giorni della contestazione, abbandona i teatri stabili e gira per tutta la Svizzera recitando in sedi improvvisate (cinema, trattorie e birrerie) solamente per un pubblico popolare. Una volta arrivato a Berlino, con Stein, fonda uno dei teatri più prestigiosi e famosi d’Europa: la Schaubühne, che negli anni Settanta sarà palcoscenico per opere come "La madre di Gorkij", "Il principe di Homburg", "Peer Gynt", "Le Baccanti" e "La morte di Empedocle". Sono anni molto felici per lui, coronati anche dal matrimonio con Sabine Ganz, dalla quale avrà Daniel (1972), il suo unico figlio.
Nonostante la fama nell’entourage intellettuale tedesco e le grandi soddisfazioni teatrali, scende dal palcoscenico per avviarsi verso il cinema. Il primo tratto affibbiatogli è quello di un attore riflessivo dedito all’introspezione e ben si ricollega ad uno dei film più felici del cinema tedesco (inedito in italia) Sommergeste (1975) che è diretto proprio da Peter Stein, il suo migliore amico.
Il suo nome comincia a circolare nelle venature del cinema. Arriva in particolar modo in Francia, dove l’attrice Jeanne Moreau, passata alla regia, lo inserisce nel cast di Lumiére (1976, con Lucia Bosé e Keith Carradine), e dove il grandissimo Eric Rohmer gli affida il ruolo del Conte in La Marchesa Von… (1976). Ma altrettanto presente è la Germania che, sebbene divisa e in crisi di identità, gli offre ruoli prestigiosi in pellicole come L'amico americano (1977) di Wim Wenders e Nosferatu, principe della notte (1979) di Herzog. L'America gli permette di recitare accanto a tre grandi divi del grande schermo: Gregory Peck, James Mason e Laurenco Olivier ne I ragazzi venuti dal Brasile (1978) di Franklin J. Schaffner. E l'Italia non è da meno: Oggetti smarriti (1980) di Giuseppe Bertolucci con Mariangela Melato, Renato Salvatori e Laura Morante e soprattutto La vesta storia della signora delle camelie (1980) di Mauro Bolognini.
A volte sono piccoli ruoli di margine, altre volte sono grandi e intensi personaggi, ma ciononostante Bruno Ganz, anche se in ascesa cinematografica, torna al teatro nel 1982, con una maestosa edizione dell'"Amleto" alla Schaubühne, con l'interpretazione del "Parco" di Botho Strass e del "Prometeo incatenato" di Eschilo. Sarà uno dei registi che più lo adora, il geniale Wim Wenders, a richiamarlo al cinema con Il cielo sopra Berlino (1987) e con il suo seguito Così lontano, così vicino (1993).
Doveva essere Oskar Schindler in Schindler's List di Steven Spielberg, ma la produzione lo scartò perché non era abbastanza conosciuto, preferendogli una star dal volto più internazionale come Liam Neeson. A consolarlo, prima Theo Angelopoulos in L'eternità e un giorno (1998) e poi il nostro Silvio Soldini che lo conforta con il ruolo del cameriere Fernando Girasoli in Pane e tulipani (2000), successo italiano al box office, che gli permetterà di vincere il David di Donatello come Miglior Attore Protagonista. Ma nel 2004, perde tutta la delicatezza e la soavità di quel personaggio per andare a interpretare un ruolo scomodo come quello di Hitler nello scandaloso La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler di Olivier Hirschbiegel, cronaca degli ultimi giorni di vita del dittatore, del suo Stato Maggiore e di Eva Braun nel bunker sotto la Cancelleria di Berlino, mentre la città viene conquistata dall'Armata Rossa. La sua interpretazione è qualcosa di veramente eccezionale e Hollywood lo richiama speditamente per ricoprire una parte nel film di Jonathan Demme The Manchuian Candidate (2004) con Meryl Streep.
Se si scorre nella filmografia di Bruno Ganz, non si può fare a meno di notare che è ricca di veri autori e alti maestri del cinema internazionale. Un attore versatile che passa senza una piega da un personaggio identificato con il Bene a uno che rappresenta il Male, senza cadere in stupidi stereotipi, ha qualcosa di eccezionale, e francamente, aspettiamo un altro buon colpo di Bruno Ganz.
lunedì, febbraio 01, 2010
Titolo Originale: DAS FRAULEIN
Durata: h 1.21
Nazionalità:
Svizzera,
2006
Genere:
drammatico
Pardo d'oro Festival di Locarno 2006
Trama del film Das fräulein - e tutto va come deve andare
Nata a Lucerna nel 1973, di madre bosniaca e di padre croato, la cineasta Andrea Staka ha messo in scena “Das Fräulein” uno di quei film rari che mescola con pudore l’intelligenza all’emozione. Nelle prime scene si intravede una luce autunnale, e poi un uomo che taglia degli alberi, allorché si sente una donna cantare una ninna nanna.
Un montaggio fluido e le immagini di Anna (Marija Skaricic) bella, appassionata, ci fa anche percepire una felicità perduta. La ragazza, appena arrivata in autostop da Sarajevo, scampata miracolosamente alla guerra, si fonde in una città come quella di Zurigo, senza anima. Nel suo errare, incrocia per caso il viso rigoroso di Ruza (Mirjana Karanovic) anche lei originaria dell’ex-Yugoslavia, e che da più di trent’anni vive e dirige un ristorante in Svizzera, ma la sua espressione scolpita nel marmo tradisce una profonda solitudine. Anna incontra anche un’altra donna che lavora nel ristorante, Mila (Ljubica Jovic), malgrado essa si stia avviando verso la vecchiaia ci tiene a precisare che un giorno ritornerà nella sua Croazia natale.
La cineasta riesce con arte sottile tesa alla rivelazione progressiva, a tessere e a trasmettere tre destini con un rispetto infinito per quel non-detto che appesantisce, il bagaglio delle donne immigrate, con la loro identità doppia a volte triplicata... in uno di quei scenari di tram zurighesi sempre diversi a seconda del quartiere, oppure il silenzio della neve su delle montagne eterne e turistiche.
Voto: 10
domenica, gennaio 31, 2010
Il cattivo tenente - Ultima Chiamata New Orleans
Siamo a New Orleans, devastata dall’uragano Katryna. Il sergente Terence McDonagh, vuole salvare la vita ad un detenuto imprigionato in una cella che si sta allagando velocemente. Nel tuffarsi nell’acqua melmosa subisce un brutto colpo alla schiena che lo porta a dover ingerire antidolorifici per sopportare gli atroci dolori, a tempo indeterminato. Grazie al suo eroismo viene promosso a tenente, ma il suo bisogno di sostanze che gli allevino le sofferenze fisiche lo trascinano in un vortice di corruzione e malaffare dal quale dovrà in qualche modo rialzarsi.
Un poliziesco di altri tempi è “Bad Lieutenant: Port of Call New Orleans”, come non se ne vedono più da anni, diretto in un modo completamente originale, con sembianze e dialoghi che esulano dalla realtà. Lo si potrebbe definire un noir, ma i risvolti comici dovuti alle situazioni e ai personaggi di contorno lo elevano di grado. Il tutto condito da una serie di immagini assurde, create dallo stesso Werner Herzog in fase di regia, che fanno pensare allo spettatore di vivere lo stesso trip del cattivo tenente......
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Trailer, Scheda,
Herzog è un grande, ma questo film non mi convince voto : tra 6 e 7
Bravo Nicolas cage
domenica, gennaio 31, 2010
Racconti dell'età dell'oro
| Titolo originale: |
Amintiri din epoca de aur |
| Nazione: |
Romania, Francia |
| Anno: |
2009 |
| Genere: |
Commedia |
| Durata: |
100' |
| Regia: |
Hanno Höfer, Cristian Mungiu, Constantin Popescu, Ioana Uricaru, Razvan Marculescu |
| Sito ufficiale: |
http://filmup.leonardo.it/sc_raccontidelletadelloro.htm |
|
| Cast: |
Tania Popa, Liliana Mocanu, Alexandru Potocean, Teodor Corban, Emanuel Parvu, Calin Chirila, Romeo Tudor, Avram Birau, Paul Dunca |
| Produzione: |
Mobra Films, Why Not Productions |
| Distribuzione: |
Archibald Enterprise Film |
| Data di uscita: |
18 Settembre 2009 (cinema) |
Trama:
Gli ultimi 15 anni del regime di Ceausescu furono i peggiori della storia della Romania. Tuttavia, la macchina della propaganda dell'epoca si riferisce immancabilmente a quel periodo come a "l'epoca d'oro"... "Racconti dell'età dell'oro" riadatta per il grande schermo le più note leggende metropolitane del periodo. Leggende comiche, bizzarre e sorprendenti abbondavano, ispirate agli eventi surreali della vita di tutti i giorni sotto il regime comunista. L'umorismo è ciò che ha tenuto i romeni in vita, e "Racconti dell'età dell'oro" vuole ricatturare quello stato d'animo, riproducendo la sopravvivenza di una nazione che doveva ogni giorno affrontare la logica distorta della dittatura. In vista delle visite di Ceausescu, i sindaci delle cittadine in campagna appendono la frutta negli alberi per assicurarsi che i loro villaggi saranno notati, obbedendo anche agli ordini più bizzarri degli attivisti più feroci del partito. Secondo i regolamenti segreti del partito comunista nelle immagini pubbliche il presidente Ceausescu non può togliersi il cappello davanti ai rappresentanti del marcio mondo capitalistico, incluso il presidente d'Estaing. Un camionista decide di aprire per la prima volta nella sua carriera il suo furgone sigillato e scopre un collegamento tra le uova, la Pasqua e l'amore coniugale. Un poliziotto riceve un maiale vivo come regalo di Natale e decide che avvelenarlo con il gas sia il modo migliore per ucciderlo silenziosamente senza farsi notare dai vicini affamati. "Racconti dell'età dell'oro" è una combinazione di varie storie vere che ritrae un'era in cui il cibo era più importante del denaro, la libertà era più importante dell'amore e la sopravvivenza era più importante dei principi.
Voto: 9
domenica, gennaio 31, 2010
Luna papa
| Titolo originale: |
Luna papa |
| Nazione: |
Russia/Germania/Austria/Svizzera/Francia |
| Anno: |
1999 |
| Genere: |
Drammatico |
| Durata: |
1h e 46' |
| Regia: |
Bakhtyar Khudojnazarov |
| Sito ufficiale: |
www.prisma-wien.at/lunapapa/ |
| Sito italiano: |
www.luckyred.it/lunapapa/lunapapa.html |
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| Cast: |
Chulpan Khamatova, Ato Mukhamedshanov, Moritz Bleibtreu, Nikolai Fomenko, Merab Ninidze. |
| Produzione: |
Prisma Film, Pandora Film. |
| Distribuzione: |
Lucky Red |
| Uscita prevista: |
10 Marzo 2000 (cinema) |
Trama:
In un piccolo villaggio non lontano da Samarcanda vive la diciassettenne Mamlakat che sogna di diventare un'attrice. Una notte viene sedotta da un uomo che dice di essere amico di Tom Cruise. Il misterioso straniero subito dopo svanisce e Mamlakat presto si accorge di essere incinta.
Trailer, Scheda, Recensione,
voto 9 , bello, musica immagini storia- guardatelo-finalmente un film allegro, pieno di vita(lino
domenica, gennaio 31, 2010
LA SECONDA VOLTA
(1995)
Il cast tecnico
Regia: Mimmo Calopresti Sceneggiatura: M. Calopresti, Francesco Bruni, Heidrun Schleef Direttore della fotografia: Alessandro Pesci Direzione artistica: Giuseppe Gaudino Montaggio: Claudio Cormio Musica: Franco Piersanti Produzione: Angelo Barbagallo Nanni Moretti per Sacher Film/Ban Film/La sept Cinéma Origine: Italia Distribuzione: Lucky Red Durata: 1 h e 20'
Gli interpreti
Nanni Moretti (Alberto) Valeria Bruni Tedeschi (Lisa) Valeria Milillo (Francesca) Simona Caramelli (Sonia) Marina Confalone (Adele) Roberto De Francesco (Enrico) Fracesca Antonelli (Antonella)
La trama
Torino oggi. Il professor Alberto Sajevo insegna presso la facoltà di sociologia industriale. Un giorno incontra casualmente una giovane donna la cui vista sembra sconvolgerlo. L'uomo pedina la ragazza a più riprese finché una sera la vede sparire dietro il cancello del carcere delle Vallette. La pedinata è Lisa Venturi, una ex terrorista condannata a 30 anni di detenzione per una serie di imputazioni, tra cui un tentato omicidio ai danni del professore. A dodici anni di distanza, Alberto porta ancora conficcata in testa la pallottola esplosa da Lisa. Da quell'incontro, tra i due nasce lentamente un ambiguo rapporto.
fonte: www: cinemaitalia.com/film/sec_vo.html
Voto: 8
sabato, gennaio 30, 2010
Branca de Neve
Settantacinque minuti di schermo nero. Oddìo, siamo giusti, qualche immagine e qualche colore c'è: quando, di tanto in tanto, il fitto dialogo si interrompe appare sullo schermo, per qualche secondo, l'inquadratura biancazzurra di un cielo con delle nuvole
di Alberto Farassino
E' certamente il film più estremo della Mostra, se non di tutta la storia del cinema. In confronto il monocromo
Blue di Derek Jarman era Walt Disney.
Biancaneve, l'ultima bizzarria del geniale portoghese João César Monteiro, che a Venezia aveva vinto un leone d'argento con
Ricordi della casa gialla e un premio speciale con
La commedia di Di, in curiosa antinomia con il suo titolo è un film a schermo nero. Settantacinque minuti di schermo nero. Oddìo, siamo giusti, qualche immagine e qualche colore c'è: quando, di tanto in tanto, il fitto dialogo si interrompe (succederà una mezza dozzina di volte) appare sullo schermo, per qualche secondo, l'inquadratura biancazzurra di un cielo con delle nuvole. E una volta, invece, chissà perché (anzi, sicuramente perché non bisogna ripetersi troppo e dare tutto per scontato), il cielo è sostituito da una ripresa, in lenta panoramica, di antiche rovine, uno scavo archeologico, forse di un teatro, forse di un castello. Alla fine poi appare il regista, accanto a un albero, che guarda gli spettatori e dice - ma questa volta è il suono che manca - qualcosa come "è finito". Insomma non sono settantacinque minuti di schermo nero, saranno al massimo settantatrè. Eppure, in questo film solo da ascoltare (e purtroppo da leggere, per via dei sottotitoli) quante vicende, dialoghi, personaggi, passioni, quanto cinema. Nemmeno il soggetto e la "sceneggiatura" sono opera del regista, poiché provengono da un breve testo drammaturgico di Robert Walser che è la continuazione della classica favola dei fratelli Grimm. Un seguito in cui non si è affatto felici e contenti. Biancaneve, che ha visto la regina e il cacciatore amarsi furiosamente nel bosco (è per questo che l'uomo ha accettato di compiere il misfatto, salvo poi cambiare idea) non ha nessuna intenzione di concedersi a quel principe che l'ha svegliata e che le sembra un insignificante ragazzino. Vorrebbe ritornare dai suoi nani. D'altra parte non riesce a volerne alla regina, che continua a chiamare affettuosamente mamma. Poiché amore e odio sono difficili da separare e la tragedia e il peccato sono sempre più attraenti dei buoni sentimenti.
Il dialogo fra Biancaneve, Regina, Cacciatore e Principe si intreccia fittamente nel buio, in uno spazio indistinto che è insieme foresta e castello, passato e presente, raddoppiato al massimo da suoni e rumori del bosco, fruscìi e cinguettìi di uccelli. Tutto è una recita, banalizza alla fine il testo di Walser, anche se noi ci siamo lasciati trasportare dai personaggi e dalle loro emozioni, anche senza l'aiuto delle immagini. Tutto è teatro, ma tutto può essere cinema.
nota personale: Robert Walser geniale scrittore, riesce a ribaltare i ruoli. Bianca Neve diventa una fanciulla debole, indecisa, Il Principe opportunista, Il Cacciatore e la Regina i veri eroi.
La recitazione degli attori davvero notevole.
liberamente tradotto dal francese:
La Regina : Ecco allora. Perché piangere?
E' stato per gioco che prese la sua arma.
Non avrebbe potuto pugnalarti ma
solo pugnalare la sua dolcezza .
Non ne fece nulla perché la dolcezza
lo raggiunse come un sole fresco.
Dammi un bacio, dimentica,
alza con gioia gli occhi, sii saggia
.
Biancaneve : Io, baciare questa bocca che,
baciando il cacciatore, lo spinse
verso l'atto brutale? Non posso.
Con i tuoi baci infiammasti
il cacciatore spingendolo al delitto.
La mia morte fu decisa appena
lo prendeste per tenero amante.
La Regina: Ma cosa dici?
Il Cacciatore: Lei, io, dei baci?
Il Principe:: Temo in effetti che sia vero .
L'uomo dall'abito verde è ben distante
dal rispettare come si deve
una nobile Regina. Perfido,
senza amore, il gioco che l'odio
prese forma con te, Biancaneve!
Che tu sia in vita, è un incanto.
L'arma e il veleno ti hanno assalita,-
Di quale stoffa sei composta
per essere morta e pertanto vivere
così graziosa, così poco morta
che di te la vita si innamora.
Il cacciatore, dimmi, ti pugnalò?
Biancaneve: No, all'interno di quest'uomo vive
un cuore colmo di compassione.
Se la Regina, avesse un cuore
ella sarebbe per me una madre migliore.
La Regina: Ma io non voglio che il tuo bene.
Non credere ai tuoi sospetti violenti.
Mai i miei baci mandarono
il cacciatore contro di te. Una paura
cieca ti ha resa diffidente.
Ti ho sempre amata senza peccato,
bambina cara.
Quale motivo, causa e diritto
di odiare, te, ti amo tanto
come se tu fosti della mia propria carne!
Non credere alla voce, che timorosa,
sussurra un peccato che non esiste.
Credi al tuo orecchio destro, non
a quello sinistro, o a quello falso, che dice
che sono io la madre cattiva
e che la bellezza ha reso gelosa.
Non credere alla favola aberrante
che riempie con avidità l'orecchio del mondo
la notizia che io sia folle
di invidia, e naturalmente
cattiva: non sono che pettegolezzi.
Ti amo. La confessione non è mai stata
così sinceramente confessata.
Vederti talmente bella mi procura
una gioia incontaminata.
La bellezza della sua bambina è un balsamo
per i desideri stanchi della madre,
mai spinsero ad un gesto orribile
che la favola impone come fondamento
all'azione che stiamo recitando
in questo momento.
Va, e consenti, sii la fanciulla che amiamo,
credi nei tuoi genitori come in te stessa.
Biancaneve: Oh, vorrei credere fiduciosa,
la fiducia è una felicità calma.
Ma come poter credere con fiducia,
dove la fiducia non sussiste,
dove la malizia è una spia, tradisce, dove vive
l'ingiustizia dalla nuca inflessibile?
Voi riuscite, a parlare in modo dolce,
ma non agite con dolcezza .
L'occhio folgora, sarcastico,
non è materno, freme e
mi ninaccia, ride oscuro
con il tono mieloso della vostra lingua
che disprezza: dice il vero, lui,
e soltanto lui, l'occhio orgoglioso,
in cui credo, e non la perfidia.
Il Principe: Credo, bambina, che stai credendo
in modo giusto.
La Regina: Tocca a voi aiutare, piccolo principe,
appiccicare del fuoco, là dove
è necessario salvare il salvabile?
Siete uno straniero dalle strane macchie,
non vi avvicinate troppo da una Regina.
Il Principe: E non significa nulla, amare la Principessa,
che io non possa osare contro di voi, mostro ?
La Regina: Cosa?
Il Principe: Certamente, ho l'aria di essere piccolo
e debole: ma lo ripeto mille volte,
dieci, cento mila volte, davanti a voi:
qui giace un orribile crimine,
egli testimonia contro di voi, Regina.
Del veleno, come a un cane, fu
dato a questa cara fanciulla.
Perché? Che la vostra perfidia o
la grazia della vostra anima, ve lo dica.
Andiamo, graziosa fanciulla, rincasiamo un poco
saliamo a meditare questo dispiacere.
Sei troppo debole, appoggiati a me
semplicemente, la mia spalla è sicura,
ama sentire questo fardello.
E voi, Regina, ci assentiamo
per breve tempo.
Poi ne riparliamo. (A Biancaneve) Venite,
accordatemi questo dolce privilegio.
-La conduce nel castello-
Biancaneve: Nulla è calmo in lui, mi invita
ad una calma che già regna dentro di me
molto più generosamente che in se stesso.
Che tutto segua il suo corso:
Sleale, il Principe mi ha ferita.
Ma non piango. E non di meno
esulterei se avessi la prova
che mi ama ardentemente.
Non voglio turbarmi non di più
di tutto questo turbamento; stia zitto,
che ingoiasse la sua angoscia, così
come faccio io. Ah, ma arriva
personalmente, la madre, e da sola.
Alla regina che entra.
Madre, così buona, oh perdonate.
- Si butta ai suoi piedi -
La Regina: Perché? Alzati, bambina mia.
Biancaneve: No, in ginocchio, qui, davanti a voi.
La Regina: Ma cos'hai, da dove viene questa emozione,
è il palpito del petto?
Alzati, dimmi cos'hai.
Biancaneve: Non mi togliete la mano dolcissima,
che voglio ricoprire di baci.
Quanto, ho desiderato sentirla!
Le smorfie non implorano
il perdono con tanta angoscia.
Dimenticate, perdonate. Siate
una madre clemente. E che io sia,
la bambina della vostra bontà,
rannicchiata, anziosa, sul vostro seno.
Oh mano dolcissima, ho visto in te
quella che minacciava la mia vita,
quella da dove giunse la mela: errore.
Sono stati i numerosi pensieri
a forgiare un peccato così sottile.
Il pensiero è il solo peccato
che si trova qui. Assolvetemi
dalla diffidenza che vi ferisce.
Io voglio solo amare, amare voi.
La Regina: Cosa? Non ti mandai
il cacciatore, spingendolo, a furia
di baci, ad un immenso, immenso peccato?
Pensa come si deve che pensi falso.
Biancaneve: Io sento! Sentire è un pensare vivace.
Sa esattamente la cosa
in ogni dettaglio. Sì, perdonatemi,
sentire è una cosa più
nobile del pensiero.
In lui, povero di giudizio,
giudica un giudice più vivace, più semplice.
Lascio da parte quindi il pensiero.
Pieno di opinioni e di pose,
non fa che masticare.
Ecco, i fatti sono questi, dice lui,
limitato nel suo meschino verdetto.
Attenti al giudice che, senz'altro, pensa!
Se non sente, lui pensa a breve distanza.
Il suo giudizio ha un dolore al ventre,
e, pallido, rende pazzo
Voto: 10
sabato, gennaio 30, 2010
A Serious Man
"A serious man" dei fratelli Coen è un film che buona parte del pubblico può odiare. Se siete tra quelli che hanno visto il film e ora vengono a leggere la recensione arrabbiati dopo la visione, siete senza dubbio giustificati. "A serious man" è un film infatti che finisce dove altri hanno normalmente il loro punto centrale. Non c'è sfogo, non c'è apparente significato, nessuna catarsi. Come dice il secondo dei rabbini che il protagonista interpella per cercare conforto, non sempre tutto deve avere un significato. Forse c'è, forse no, che si prende la vita così come arriva e "A serious man" non spiega nulla, almeno non in maniera tradizionale. Per questo e per tutti i motivi che gli sono annessi, "A serious man" è straordinario, un vero e proprio pugno nello stomaco, una di quelle pellicole che ti lasciano con gli occhi attaccati ai titoli di coda non tanto per leggere tutti i nomi della troupe, ma per avere il tempo di rielaborare quanto visto, ammortizzare quel concentrato di emozioni che si sono accumulate nei centominuti circa di pellicola.
I Coen costruiscono ogni sequenza con una cura che rasenta la perfezione
tratto da film up ..
continua qui
a me mi è piaciuto , voto 8
venerdì, gennaio 29, 2010
Un film stupido, dagli spunti interessanti.
Per esempio, quali stereotipi scelgono?
Amici, coppie, bambini.
Coppie in crisi.
Un pacchetto per una settimana
in un posto da sogno
per recuperare dentro la crisi
della coppia.
Solo loro, senza bambini
Arrivano in questo posto
e, oltre a natura e comfort
trovano il guru
del posto che per loro..
(lino)
venerdì, gennaio 29, 2010
Revolutionary Road
Un film di
Sam Mendes. Con
Kate Winslet,
Leonardo DiCaprio,
Kathryn Hahn,
David Harbour,
Ryan Simpkins.
continua»
«continua
Drammatico, durata 119 min. - USA, Gran Bretagna
2008. - Universal Pictures
Revolutionary Hill, 1955. Frank e April Wheeler sono una giovane coppia middle class che coltiva noia e anticonformismo in un sobborgo benestante (e benpensante) di New York. April partecipa con modesti risultati alle recite della filodrammatica locale e Frank indugia in un lavoro ordinario in attesa di “trovare la sua strada” e il suo essere straordinario. Belli e colti, intelligenti e sofisticati, i Wheeler sono ammirati dai più ovvi vicini di casa e da un'inopportuna agente immobiliare. Nel privato, invece, la coppia prova a resistere all'amore finito e ai silenzi infiniti, alle notti bianche e ai bicchieri pieni. Frank inizia una squallida liaison impiegatizia, April si inventa una vita a Parigi, dove vorrebbe trasferire la sua famiglia e la sua inquietudine. L'idea romantica della fuga riaccende la passione nel talamo e la fiducia nel futuro ma la “rivoluzione” cova sulla Revolutionary road.
Ambientato a metà degli anni Cinquanta, nella provincia del Connecticut, immerso in colori, musiche, oggetti, toni e bigottismi dell'America più conservatrice e moralista,
Revolutionary road è un (melo)dramma trasposto con ossessiva fedeltà dal romanzo omonimo di Richard Yates. Sam Mendes trasforma l'infiammabilità inesplosa e trattenuta di una giovane coppia di coniugi in un film che scoppia nel momento in cui sfiora la realtà. La Revolutionary road è percorsa da un'energia (in)controllata, che pulsa sotto la compostezza della messa in scena, suggerendo ciò che si deve assolutamente tacere...
continua
Recensione
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| Di Caprio e Kate Winslet |
Forse la domanda più giusta da farsi dovrebbe essere perché questo film ha impiegato così tanto a nascere? E perché un romanzo così intenso e vero com'è quello di Richard Yates ha impiegato più di quarant'anni per arrivare sugli schermi? Revolutionary Road il libro (in italiano tradotto da Minimum fax) è stato pubblicato nel 1961, accolto dagli elogi di Tennessee Williams, Kurt Vonnegut e William Styron. Revolutionary Road il film esce nel 2009 e forse la ragione vera di questo «ritardato arrivo» va cercata negli otto anni di presidenza Bush e nella sua capacità di rimettere in crisi le certezze dell'american way of life.
Perché solo un pubblico che vede incrinarsi le certezze di tutto un Paese può entrare in sintonia con un film come Revolutionary Road. Prima, nei decenni precedenti, a un produttore hollywoodiano il tema del romanzo poteva sembrare troppo intimista e troppo poco politico, troppo cupo e troppo poco consolatorio. In una parola, troppo rischioso per costruirci sopra un film importante. Oggi, quando troppe certezze sembrano essersi frantumate, Revolutionary Road torna prepotentemente a essere d'attualità, perché il tema è, semplicemente e drammaticamente, la fine delle illusioni. La presa di coscienza che lo squallore e la rinuncia sono condizioni «eterne» della vita quotidiana, non certo limitate ai plastificati anni Cinquanta in cui è ambientata la storia. Per non dimenticare che la speranza della «seconda occasione» che l'America concederebbe a tutti è solo un sogno, e che risvegliarsene può essere molto doloroso.continua
Segnalato da Lino
Voto 10 Per la straordinaria immedesimazione dei protagonisti Di Caprio e la Winslet trailer
film
giovedì, gennaio 28, 2010
Frontiera è un film americano del 1982, diretto da Tony Richardson.
È un dramma a sfondo sociale che, con il linguaggio sobrio, a tratti crudo ed iperrealista che ha caratterizzato il cinema poliziesco americano degli anni '70, racconta un episodio di corruzione all'interno della polizia di frontiera del Texas, in servizio sul confine con il Messico, e getta una luce straziante e commossa sulla piaga dell'immigrazione clandestina.
Notevole l'interpretazione di Jack Nicholson nei panni, per lui inusuali, di un poliziotto remissivo e arrendevole, che però, di fronte al dramma umano di una ragazza incinta e del suo giovane fratello, trasportati come bestiame da un'organizzazione criminosa che opera con la complicità di molti suoi colleghi, decide di vincere la sua natura accidiosa e ribellarsi, non esitando a fare uso della violenza per cercare di salvare quelle vite innocenti.(da wikipedia)
i colori, lo stile sono datati. Però è un film che sorprende per la denuncia ancora oggi valida
voto 7 (lino)
mercoledì, gennaio 27, 2010
Controvento
Trama:
Clara, psichiatra in un centro menta le di Torino, e Nina, attrice instabile in profonda crisi esistenziale, sono sorelle ma per il loro carattere estremamente differente non vanno troppo d'accordo. A cambiare il loro rapporto interviene Leonardo, infermiere ossessivo e invadente.
da vedere, voto tra il 7 e l'8
martedì, gennaio 26, 2010
Quiz: un film relativamente nuovo, anzi nuovo
forse c'e' ancora in qualche cinema.
Parla di un uomo, del suo destino, dei suoi consiglieri
Diciamo che il regista, non è uno solo.
Il protagonista c'entra con la matematica.
Sto finendo di guardarlo.
Secondo me a Fernanda piacerebbe.
Io sono incerto tra il 7 e il 10
certo è un film geniale
ma se lo vede la persona sbagliata ti picchia.
Che film è?
martedì, gennaio 26, 2010

Titolo originale: Tan de repente
IL FILM

Presentato al festival di Buenos Aires del 2002 (uno dei festival più importanti e significativi dell’intero continente americano, misteriosamente “sospeso” da quest’anno fino a data da destinarsi),
Tan de repente (appunto, “all’improvviso”, come recita la traduzione italiana) è un film che si colloca di diritto all’interno dell’ondata del nuovo cinema argentino degli ultimi anni. Fulminante esordio di Diego Lerman, regista rimasto poi ai margini della produzione cinematografica argentina,
All’improvviso è un film che coniuga al suo interno diversi livelli espressivi e diverse opzioni stilistiche, pur all’interno di un evidente minimalismo espressivo e un apparente iperrealismo nella recitazione e nella caratterizzazione dei personaggi. La struttura del film – l’incontro tra le due ragazze sbandate Mao e Lenin con Marcia, la timida commessa del negozio di biancheria intima che spinge poi l’inedito terzetto a compiere un lungo viaggio da Buenos Aires verso l’interno del Paese – è strutturato secondo gli stilemi dello humour tipico delle commedie argentine degli anni Novanta, sospese tra generi e stili diversi e caratterizzate da un minimalismo espressivo e surreale, scandito dalle battute e dai silenzi inespressivi dei personaggi, che sono quasi immersi in uno spazio irreale, costruito dai contrasti netti del bianco e nero sgranato e dalla luce “bruciata” della fotografia di Luciano Zito e Diego del Piano. L’alternanza tra silenzio e parola, l’immobilità dei corpi e i loro movimenti improvvisi collocano il film all’interno di una tendenza ben precisa, che vede Lerman vicino allo stile di registi come Albertina Carri, Martín Rejtman, Juan Villegas; autori di un cinema che sembra prosciugare l’elemento patetico e drammatico della narrazione, trasformando i personaggi in una sorta di rappresentazioni astratte di corpi e soggetti, quasi fossero dei sopravvissuti balbettanti alla grande tragedia di un mondo sempre più incomprensibile. Eppure il film non lavora solo sul lato della stilizzazione astratta, ma, al contrario, immerge i corpi nei luoghi che attraversano – dalle strade di Buenos Aires alle “Rutas” di provincia del sud, fino ai paesi lontani, nel tempo e nello spazio, della provincia argentina. Luoghi reali che accolgono la rabbia e la delusione delle tre ragazze e, al tempo stesso, sono in grado di trasformarla in altro, in una attitudine all’ascolto e alla scoperta di sé e del mondo. Film bruciante e necessariamente unico, che non può infatti ripetersi pena il rischio di trasformarsi (come poi è accaduto a molti registi argentini degli ultimi anni) in cliché, in una formula stancamente ripetuta che qui, per fortuna, è tutt’altro che presente.
fonte dell'articolo: http://www.sentieriselvaggi.it/articolo.asp?sez0=2&sez1=16&art=25168
nota personale: visto dopo il festival di Locarno del 2002, dove ricevette il premio della critica, il pardo d'argento e menzione speciale per gli attori. d'altronde amici, conoscenti, famigliari si prestarono a diventare il cast. la pellicola, la cinepresa, etc, presi in prestito e a debito. la maggiore distributrice di film argentini, si convinse a mandarlo in Europa, nei vari Festival. ed è stata bene ispirata. mi sono piaciute molto le immagini in bianco e nero, l'interpretazione di ogni attrice e attore,. una lentezza e un minimalismo voluto, che poco a poco riesce a distillare poesia.
Voto: 10
martedì, gennaio 26, 2010
"Il vento fa il suo giro", film "povero"
premiato dal passa parola del pubblico
Budget di 480 mila euro, attori non professionisti, dialoghi in tre lingue
e un tema di grande attualità, il difficile inserimento di uno straniero
di LAURA SALVAI
GIRATO in una sperduta valle del Piemonte, con un budget talmente limitato che gli attori stessi e la troupe hanno contribuito a finanziarlo,
Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti, uscito a maggio in sole quattro copie e costato appena 480 mila euro, è stato da subito ignorato dalla grande distribuzione, per i soliti motivi: un regista poco conosciuto, un cast di attori non professionisti e in gran parte sopra i sessant'anni, dialoghi in tre lingue (occitano, francese e italiano), sottotitoli, una location rustica tra greggi di capre e borgate di montagna in abbandono. C'era da aspettarsi un flop, invece
Il vento si è rivelato un fenomeno del cinema d'autore. Tre mesi dopo l'uscita nelle sale ha avuto 38.000 spettatori (come se fosse andato a vederlo l'intera città di Spoleto) e una permanenza record nelle sale: 140 giorni di proiezione a Torino, 100 a Milano, 100 a Roma. E
Il vento continua il suo "giro" in sei città italiane, sorretto dal tam tam degli spettatori e da un tema d'attualità: il difficile inserimento di uno straniero in una piccola comunità
"È un grande risultato per un film italiano", dice Simone Bachini dell'AranciaFilm, coproduttore e distributore della pellicola. "Per ottenerlo abbiamo dovuto inventarci una strategia diversa da quella della distribuzione ufficiale, che promuove ogni film nello stesso modo. Abbiamo stabilito contatti con le associazioni di cinema, le sale autonome, le manifestazioni culturali, e tutte le realtà che potevano essere interessate a diffondere il film. Siamo andati ai festival, alle presentazioni e ovunque ci fosse il modo di incontrare il pubblico".
Questo lavoro sul campo ha dato un esito interessante: alcune sale, come il Centrale di Torino, hanno tenuto il film per un lungo periodo, confortate dalla presenza costante di spettatori. "Ricevevamo fin dal mattino decine di telefonate di persone che ci chiedevano se lo proiettavamo ancora. Erano interessati a vederlo perché ne avevano sentito parlare da altri", dice Gaetano Renda, proprietario del Centrale, che ha proposto il film senza interruzione dal 4 maggio al 6 ottobre. "È un film che stimola la riflessione, diverso dal cinema di consumo a cui siamo ormai abituati. Racconta con semplicità una storia forte, e il pubblico all'uscita sente il bisogno di parlarne".
Il vento fa il suo giro affronta con sguardo lucido diversi temi che non hanno ancora avuto in Italia (e forse neanche in Europa) un'adeguata elaborazione: lo spopolamento delle montagne, la difficoltà di accettare lo straniero, la chiusura delle piccole comunità. La storia è presto detta. Un pastore francese arriva con la moglie e i tre figli in un paesino dell'Alta Val Maira in provincia di Cuneo. È un ex professore che ha scelto di vivere in montagna e di dedicarsi alla produzione di formaggi. La discreta accoglienza iniziale da parte dei pochi abitanti del paese si trasforma presto in diffidenza e infine in ostilità. È difficile per la gente del posto accettare l'idea che un "forestiero" possa riuscire dove loro hanno fallito. Il film mostra l'abbandono delle borgate montane, ridotte ad agglomerati di seconde case, mentre l'attività produttiva si svolge in pianura, nelle stalle moderne prefabbricate tipiche del paesaggio padano.
Il film è girato in una valle alpina del Piemonte dove si parla occitano (una lingua di origine provenzale), ma potrebbe anche essere ambientato in Abruzzo o in Sardegna. Ovunque in Italia ci sono borghi in declino che non riescono a trovare una nuova identità, e che nello stesso tempo faticano ad accettare l'inserimento degli stranieri. Forse è per questo che il film piace a Torino come a Roma. E potrebbe piacere anche a Palermo, quando ci arriverà.
fonte
Voto 9 Segnalato da Lino,ha molti pregi questo film ,paesaggi ,temi trattati e il passaparola ne è una prova
Regia: Giorgio Diritti Con: Alessandra Agosti -
Dario Anghilante -
Giovanni Foresti -
Thierry Toscan Anno: 2007
martedì, gennaio 26, 2010
Critica:
"Date a Pupi Avati una finestra aperta su Bologna e l'Appennino; dategli una classe di alunni degli anni Venti; un preside, un verso latino; dategli una figura d'uomo inadeguato alla felicità in balia di una splendente civetta che abusa delle sue verginità affettivo/corporali; dategli modo di struggersi nella sua morale di sempre; anche la finzione può essere bella: dategli il vostro sorriso amarognolo di fronte ad uno champagne destinato ad essere sempre illusione e delusione. Lui ne farà melassa d'autore ammiccando alla vostra commozione. Quando l'azzecca, c'è da leccarsi i baffi. Qui l'azzecca, complice un superlativo Neri Marcorè. E continua la gita scolastica alla ricerca del ricordo al quale ancorare una vita". (Alessio Guzzano, 'City', 24 gennaio 2003)"Un giovanottone colto e impacciato spedito dal padre a Bologna perché conosca le donne. Una bellissima ragazza cieca, che gli uomini se li rigira come vuole. E l'Italietta degli anni '20, padri premurosi o felloni, la sartoria pontificia dove lavorano i genitori del ragazzo, concentrato di cinismo romano venato di poesia (peccato che Giannini prema sul pedale del grottesco...). E' 'Il cuore altrove', con cui Pupi Avati torna alla sua vena migliore scavando nella memoria di un Paese e di una mentalità scomparsi". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 23 gennaio 2003)"Storia d'amour fou' tra diversi, affidata a un cineasta contadino che la distende come una dolceamara educazione sentimentale. Cercando nel passato, tra un racconto della madre e il suo stile della rimembranza, Avati ritrova le radici di uno sguardo audiovisivo insieme incantato e critico sulle pene d'amore e la negligenza della vita quando ci si spinge col 'cuore altrove'. (?) Con qualche frecciata sociale brillante e un cast quasi azzeccato, è un'eroicomica del cinico Ferreri nella biografia intima del caldo Avati". (Silvio Danese', Il Giorno', 24 gennaio 2003) "Dopo la bellissima e sfortunata prova de 'I cavalieri che fecero l'impresa', Pupi Avati torna al cinema intimista (?) La delicatezza, l'umorismo leggero, la sensibilità, il divertimento e la malinconia sono alcune delle caratteristiche di Avati che fanno la qualità del film". (Lietta Tornabuoni, 'La Stampa', 24 gennaio 2003) "Per ciò che racconta, 'Il cuore altrove' ha un retrosapore malinconico, perfino amaro; mai triste, però. Anzi, fa ridere spesso: grazie ai 'caratteri' del barbiere Nino D'Angelo e del padre di Nello, alias un Giancarlo Giannini così esuberante da mettere un po' in ombra il suo, pur bravo, rampollo Neri Marcorè. Il gemellaggio fra malinconia e comicità funziona a dovere; come nel cinema popolare di buona memoria, ma col tocco dell'autore in più". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 26 gennaio 2003)
Voto: 10
lunedì, gennaio 25, 2010
Seraphine di Martin Provost è stato il film rivelazione dell’edizione 2009 dei premi Cesar, gli Oscar del cinema francese, vincitore ben 7 premi, fra cui i miglior film e quello la migliore attrice protagonista (gli altri sono per miglior sceneggiatura originale, miglior fotografia, miglior scenografia, migliori costumi, migliore musica).
Seraphine è il terzo lungometraggio del regista Martin Provost e vede Yolande Moreau nei panni di della pittrice francese Séraphine de Senlis, esponente del movimento definito neo-primitivo.
Ambientato nel 1912, il film racconta la vicenda della giovane Seraphine, a servizio in casa di Wilhelm Uhde, un collezionista d’arte che presto scopre il suo talento per la pittura. Seraphine, nata da una famiglia di contadini, iniziò per gioco a dipingere delle nature morte raffigurante mele nella casa dei vicini e rimase incredulo nello coprire che la sua donna delle pulizie avesse le doti di una grande artista naïf.
nota personale: il film mi ha dato l'occasione di avvicinarmi ad una pittrice favolosa, di cui ignoravo totalmente l'esistenza. bella la sceneggiatura, le immagini, l'interpretazione, sostenute dal talento di Yolande Moreau, nell'immedesimarsi totalmente nella figura del ruolo.
Voto; 10
www.cineblog.it/post/15744/seraphine-le-foto-e-la-locandina-del-film
lunedì, gennaio 25, 2010
lunedì, gennaio 25, 2010
Un giorno senza Messicani ( 2004 )
Un giorno senza Messicani è un film di Sergio Arau del 2004, con Caroline Aaron, Melinda Allen, Frankie J. Allison, Yareli Arizmendi, Todd Babcock, Maria Beck, Yeniffer Behrens, Arell Blanton, Cassidy Paige Bringas, Brian Brophy. Prodotto in Messico, Spagna, USA. Durata: 100 minuti.
la Trama
Cosa succederebbe se un giorno la ricca California si svegliasse e si rendesse conto che tutti i messicani sono spariti? Per qualcuno potrebbe essere un sogno, per altri uno shock. Le conseguenze economiche, politiche e sociali di questo disastro terrorizzano il Golden State. Gli esperti azzardano le prime ipotesi. Si tratta di un rapimento ad opera degli alieni? Terrorismo biologico? L’Apocalisse ha prescelto i “Latinos”? O forse sono solo scappati perché stanchi di essere considerati invisibili?
fonte
segnalato da Cinzia/Lucy..carino, gustoso, istruttivo- voto 7
domenica, gennaio 24, 2010

Un film di
Calin Netzer. Con
Victor Rebengiuc,
Mimi Branescu,
Camelia Zorlescu Drammatico, durata 105 min. - Romania, Germania
2009.
“Medalia de onoare”, di Calin Peter Netzer

TORINO 27 – “Medalia de onoare”, di Calin Peter Netzer (Concorso)
Il film di Netzer cerca il respiro ampio nel passo lento, nel movimento minimo e aspira a entrare, a pieno titolo, in ‘una certa tendenza’ del nuovo cinema rumeno. Un cinema riconoscibilissimo, che sembra sempre tormentato da un’ossessione, inchiodato su un punto focale che si pone all’esatto incrocio tra l’ironia amara e surreale e la tragedia degli affanni individuali e collettivi
La Storia non si cancella in un batter d’occhi. Come se un semplice cut potesse chiudere definitivamente una sequenza. Le immagini di ieri sono ombre persistenti, proiettate sui corpi e le esistenze. In una casa grigia e anonima, assalita dal freddo di una Romania che reca ancora i segni del lungo inverno della dittatura, Ion I. Ion conduce la sua grama vita da pensionato e sconta gli errori del passato. La moglie non gli rivolge la parola e il figlio Cornel, emigrato in Canada, lo detesta. C’è un motivo grave alla base di quest’odio. Una colpa che nasce da un atto di viltà mascherato d’amore. I giorni passano monotoni, le bollette non pagate si accumulano e la solitudine è una condanna certa. Finché non giunge una lettera che sembra aprire uno spiraglio di luce sulla vita di Ion Ion. Il Ministero della difesa ha deciso di insignirlo della medaglia al valore per non meglio precisate imprese compiute durante la Seconda guerra mondiale. Il vecchio reduce sogna il riscatto. Ma il destino ha in serbo altre sorprese.
Il secondo lungometraggio del trentaquattrenne Netzer sembra mostrare una doppia anima. La sceneggiatura di Tudor Voican punta alto, incrociando i temi eterni dellla vecchiaia, del declino e della solitudine con il ritratto di una nazione che stenta a rinascere dalle ceneri di un plumbeo passato. D’altro canto, la regia di Netzer sembra mantener un profilo basso, affidandosi a uno stile controllato, dai ritmi pacati. Molti interni, inquadrature per lo più fisse, pochi movimenti di macchina. E tutto in funzione della storia e degli attori, a partire dall’eccellente protagonista, Victor Rebengiuc. In realtà Medalia de onoare cerca il respiro ampio nel passo lento, nel movimento minimo e aspira a entrare, a pieno titolo, in ‘una certa tendenza’ del nuovo cinema rumeno. Un cinema riconoscibilissimo, che sembra sempre tormentato da un’ossessione, inchiodato su un punto focale che si pone all’esatto incrocio tra l’ironia amara e surreale e la tragedia degli affanni individuali e collettivi. Quella medaglia è la speranza di un riscatto, ma anche il pallido surrogato di una riconciliazione sommersa dagli egoismi e dalle meschinità. Un sogno di felicità e, al tempo, il segno dell’incubo di una burocrazia che gira a vuoto. Ma l’impasse esistenziale e politica, come una strana condanna, sembra imbrigliare il cinema. E il film di Netzer sconta il limite di un’immagine che insegue la scrittura, senza mai raggiungerla.
Articolo del 22/11/2009 di Aldo Spiniello
Fonte: Sentieri Selvaggi.
Proposto l’ultimo giorno di concorso,al Torino film festival si aggiudica il premio “Invito alla scuola Holden” e il premio del pubblico “AchilleValdata”. Per aver saputo descrivere in maniera ironica e toccante lo smarrimento di una generazione
Menzione speciale al protagonista, l'attore
Victor Rebengiuc
Voto 9 Ho visto il film e condivido il parere, l'inquadratura finale poi, intenssissima ti fa percepire tutto il mondo interiore del protagonista,molto brava anche la protagonista femminile
Camelia Zorlescu,spero tanto che il film arrivi nelle sale italiane.
Lucycy